VENEZIA - A uccidere il trentenne bengalese Rakeb Kashem, nella notte tra mercoledì e giovedì, non sarebbe stata un’emorragia interna né le ferite riportate sul corpo dopo una presunta aggressione, ma una gravissima esotossicosi provocata da un mix di alcol e cocaina che gli aveva ormai compromesso irrimediabilmente il fegato. È questo il quadro che emerge sulla morte dell’aiuto cuoco bengalese trovato dalla polizia locale di Venezia nella notte tra domenica e lunedì lungo via Fratelli Bandiera, a pochi passi dal centro sociale Rivolta, privo di sensi. L’ultima possibilità di salvarlo era rappresentata da un trapianto urgente, ma il giovane è morto all’ospedale di Padova prima ancora di poter essere sottoposto all’intervento.
Quando era stato soccorso e trasferito all’ospedale dell’Angelo di Mestre, i medici lo avevano trovato in piena esotossicosi. Per quasi due giorni avevano tentato di stabilizzarlo con infusioni e terapie intensive per contrastare la gravissima disidratazione e riportare nella norma i valori ematici. Nel pomeriggio di martedì, dopo oltre un giorno e mezzo trascorso privo di sensi, Rakeb aveva anche ripreso conoscenza per alcune ore. Ma il suo fegato, devastato dalla presenza massiccia di alcol e cocaina nel sangue, era ormai arrivato al collasso. Da qui la decisione di trasferirlo d’urgenza al Policlinico di Padova, nella speranza di poter procedere con un trapianto che rappresentava l’unica possibilità rimasta. Una speranza che si è però spenta poco dopo il ricovero.LE INDAGINI Se la causa del decesso sembra ormai delineata, restano invece ancora molti interrogativi sulle ore precedenti al malore. Durante quel breve momento di lucidità, infatti, il trentenne era riuscito a raccontare ai genitori e al fratello di essere stato aggredito da quattro o cinque persone nella notte tra domenica e lunedì. Il fatto che non sia morto per cause direttamente legate ad una violenta aggressione però, non significa che questa non sia avvenuta. Gli investigatori hanno acquisito le immagini delle telecamere comunali presenti in via Fratelli Bandiera e nei dintorni del Rivolta. Sugli esiti degli accertamenti vige il massimo riserbo, ma dalle prime indiscrezioni sembrerebbe che il giovane fosse da solo poco prima di perdere conoscenza e cadere a terra. Si fa quindi strada anche l’ipotesi che almeno una parte degli ematomi e delle escoriazioni riscontrate sul corpo possano essere compatibili con una serie di cadute provocate dal suo stato di alterazione. L’aggressione, tuttavia, non è esclusa. Il trentenne potrebbe essere stato avvicinato e malmenato da qualcuno approfittando delle sue condizioni, oppure potrebbe esserci un legame con chi gli avrebbe procurato la droga. Rimane inoltre da chiarire come sia arrivato a Marghera e per quale motivo avesse raggiunto una zona lontana dalla sua abitazione, nel quartiere dell’ex Umberto I a Mestre. La Procura, al momento, non ha ancora disposto l’autopsia. Nemmeno i familiari, poi, hanno ancora deciso se presentare o meno una denuncia contro ignoti.








