VENEZIA - Omicidio preterintenzionale. È questa la pista su cui sta indagando la Procura di Venezia, dopo che il cuore del 30enne bengalese Rakeb Kashem ha smesso di battere nella notte di ieri, a tre giorni di distanza dalla violenta aggressione subita a Marghera da parte di un gruppo di quattro o cinque persone, al momento ignote. Il 30enne, che da anni lavora come aiuto cuoco in un ristorante di Venezia, nei pressi del Ponte delle Guglie, domenica sera aveva terminato il proprio turno attorno alle 23.30.

Un paio d’ore più tardi, poco dopo l’una, il fratello maggiore – in città assieme ad un amico – ha visto Rakeb in compagnia di un paio di uomini, seduti su un tavolino di uno dei chioschi di piazzale Roma. «Non ho idea di chi fossero quelle due persone – sottolinea il fratello Rubel Kashem –. So soltanto che non erano i suoi soliti amici di Mestre, né i colleghi di lavoro. Quegli uomini non li avevo mai visti prima». Rubel vorrebbe avvicinarsi al fratello minore, dirgli che è tardi ed è ora di rientrare a casa; ma per non metterlo in imbarazzo non lo fa. Prende un bus e torna a Mestre, nella casa in cui entrambi vivono assieme ai genitori, e decide di aspettarlo lì. Alle 5 del mattino, però, il fratello Rakeb non è ancora rientrato: i familiari lo chiamano, tentano di mettersi in contatto con lui in ogni modo, ma non ricevono risposta. IL RITROVAMENTO Rakeb viene trovato da una pattuglia della polizia locale di Venezia attorno alle 6 di lunedì mattina, riverso lungo il marciapiede di via Fratelli Bandiera a Marghera. Il 30enne è ricoperto di sangue e lividi in tutto il corpo ed è privo di sensi: gli agenti allora contattano subito un’ambulanza e l’uomo viene trasportato all’ospedale dell’Angelo di Mestre. I genitori, intanto, continuano a cercare il figlio senza riuscire a trovarlo. Martedì pomeriggio alla madre dei fratelli Kashem arriva una telefonata: è Rakeb, che la avvisa di essere stato picchiato a sangue in strada, di essersi appena svegliato dal coma e di trovarsi nel reparto di Rianimazione dell’ospedale di Mestre. Genitori e fratello si precipitano all’Angelo per capire cosa sia successo, ma l’unica cosa che il 30enne racconta loro è “sono stato picchiato da un gruppo di 4 o 5 persone; è una storia complicata, vi racconterò tutto non appena starò meglio”. Nonostante la madre lo tempesti di domande, il giovane si addormenta, e non spiega altro. Mercoledì sera le sue condizioni di salute precipitano: ha diversi organi compromessi e, probabilmente, l’unico modo per salvarlo è un trapianto. Viene quindi trasportato all’ospedale di Padova, dove muore però nella notte. LE INDAGINI La polizia locale di Venezia, con il coordinamento della procura di Venezia che ha ricevuto il fascicolo da quella di Padova, indaga ora per ricostruire quanto successo al giovane aiuto cuoco che ha perso la vita a tre giorni dal ricovero. La sostituta procuratrice padovana Claudia Brunino ha avanzato l’ipotesi che il 30enne possa essere vittima di un omicidio preterintenzionale. Nel tentativo di fare chiarezza sulle cinque ore trascorse tra l’una e le 6 di lunedì, la polizia locale ha acquisito le immagini delle videocamere di sorveglianza installate tra piazzale Roma e via Fratelli Bandiera. Al momento infatti non è chiaro se Rakeb Kashem abbia preso un bus per raggiungere Marghera o se sia salito in macchina con qualcuno.Al contempo, i familiari del giovane non riescono a spiegarsi quale motivo potesse avere il 30enne di dirigersi verso Marghera: «Noi viviamo a Mestre – sottolinea il fratello Rubel – e Rakeb ha tutti i suoi amici qui, non conosce nessuno che viva in quel quartiere». I parenti, inoltre, raccontano che il villaggio da cui proviene la loro famiglia – Kalukati, un sottodistretto di Shariatpur – non è coinvolto nelle faide che hanno insanguinato le strade di Mestre qualche anno fa. Al tempo stesso il giovane non si sarebbe trovato in difficoltà economica, almeno non a tal punto da aver bisogno di chiedere prestiti a conoscenti o contrarre debiti. «Lui non aveva nemici – sottolineano i familiari –, era ben voluto da tutti e noto per essere un gran lavoratore e una persona dai sani principi. Non riusciamo a capire che movente possa esserci dietro ad un’aggressione simile, e chiediamo giustizia».