MESTRE - Il 30enne bengalese Rakeb Kashem è morto nella notte tra mercoledì e ieri su un letto dell’ospedale di Padova, dopo esser stato massacrato di botte a Marghera tra domenica e lunedì (ne riferiamo a pagina 9 del fascicolo nazionale). La polizia locale di Venezia, che l’ha trovato privo di coscienza in via Fratelli Bandiera lunedì mattina alle 6, indaga ora con il coordinamento della procura di Venezia che ha ricevuto il fascicolo da quella di Padova, per omicidio preterintenzionale. A chiedere si faccia chiarezza e giustizia, ora, è il fratello maggiore Rubel Kashem.

Rubel, cosa sapete in famiglia di quanto accaduto domenica sera? «Sappiamo che domenica pomeriggio mio fratello minore era uscito di casa per andare al lavoro, in un ristorante a Venezia nei pressi del Ponte delle Guglie, dove era rimasto in servizio fino alle 23.30» È stata quella l’ultima volta in cui l’hai visto? «No. Attorno a l’una della notte tra domenica e lunedì, io mi trovavo in centro storico assieme ad un amico. Passando per piazzale Roma, ho visto che mio fratello era seduto assieme a due uomini sui tavolini di un chioschetto». In quell’occasione si è avvicinato a lui? Ci ha parlato? Le sembrava preoccupato? «Non mi sono avvicinato a lui. Avrei voluto farlo, per dirgli che era ora rientrasse a casa, ma nella nostra cultura è visto di cattivo occhio un fratello maggiore che disturba il minore mentre è con i suoi amici, per conto suo. Per questo sono andato dritto per la mia strada, ho preso il bus e sono tornato a casa nostra» Conosceva gli amici con cui si trovava suo fratello domenica notte? «No, non li avevo mai visti prima. Non erano i soliti amici di Mestre che frequenta, erano persone che vedevo per la prima volta e non ho idea di chi possano essere: di certo non colleghi di lavoro, perché li conosco». Poi cos’è successo? «Io sono rientrato a casa e sono rimasto ad aspettare che arrivasse pure lui. Attorno alle 5 del mattino, però, non era ancora tornato e mia madre ha iniziato ad agitarsi: non era mai successo prima non rientrasse e non avvisasse nessuno». Suo fratello Rakib è stato trovato a Marghera. Che motivo aveva di andare lì? «Nessuno. Noi viviamo tutti assieme, assieme ai nostri genitori, a Mestre. Non riusciamo infatti a spiegarci per quale ragione potesse essere andato a Marghera: vorremmo capire se ci è andato da solo o assieme ad altre persone; se ha raggiunto via Fratelli Bandiera in bus o salendo in macchina con qualcuno; se aveva un appuntamento e per cosa». Può essere che suo fratello avesse dei conti in sospeso con qualcuno o dei debiti? «Non conosco così a fondo la vita privata di mio fratello. Potrebbe aver chiesto dei soldi in prestito a qualche amico? Può essere, come anche no. Di sicuro non avrebbe avuto motivo di chiedere grandi somme, e dubito che sia stato massacrato per un importo misero, massimo dieci euro. Per questo non credo che dietro l’aggressione ci sia una questione legata a debiti». Suo fratello Rakib aveva dei nemici qui a Venezia? «No, non che io sappia. È sempre stato un ragazzo tranquillo che pensava soltanto a lavorare. Non si era mai inimicato nessuno». Quando avete scoperto che era stato aggredito? «Noi non abbiamo più avuto notizie sul suo conto da quando l’ho visto io per l’ultima volta, attorno a l’una di lunedì notte. Martedì pomeriggio mia madre ha ricevuto una telefonata: era Rakib. Lui le ha detto che era stato aggredito nella notte e che si trovava all’ospedale dell’Angelo di Mestre. Siamo corsi subito tutti lì per vedere come stava e capire cosa gli era successo». Che cosa vi ha detto rispetto a quanto gli era accaduto? «Molto poco. Mia mamma l’ha incalzato con continue domande, ma lui era estremamente assonnato, faceva fatica a rimanere sveglio. Ha chiesto di essere lasciato in pace, diceva che aveva bisogno di riposare e ci ha promesso che non appena sarebbe stato meglio ci avrebbe raccontato tutto, perché era una storia lunga e complessa. L’unico dettaglio che ha aggiunto è che, ad aggredirlo, erano stati quattro o cinque persone assieme». Non vi ha detto se conosceva i suoi aggressori? «Non ce l’ha detto. Ma avendo sottolineato che si trattava di una vicenda complessa, crediamo che li conoscesse e che avesse diverse cose da raccontarci su di loro». Ora cosa farete? «Attendiamo notizie sulle indagini. Continueremo a chiedere chiarezza sul fatto e giustizia».