Che il vento stesse cambiando lo aveva indicato, nelle scorse settimane, la richiesta di Donald Trump all’ambasciatrice libanese a Washington, Nada Mouawad, di avere i numeri di telefono di dirigenti di Hezbollah. Il quotidiano Al Modon racconta che la richiesta ha spiazzato la rappresentante di Beirut nei negoziati con Israele in corso a Washington – mai decollati per la condizione del disarmo totale di Hezbollah posta da Israele – la quale, imbarazzata, ha riferito al presidente Joseph Aoun che gli Stati uniti desideravano aprire canali di comunicazione diretti con il movimento sciita libanese, alleato dell’Iran e impegnato a combattere Israele.

ENTRATO IN TRATTATIVE con Tel Aviv perché convinto che la guerra avrebbe messo fuori gioco Hezbollah, con il trascorrere dei giorni Aoun ha dovuto rendersi conto che non ci sarebbero stati né lo sbandierato rovesciamento della Repubblica islamica né il ridimensionamento della sua influenza regionale, a partire dal Libano. Così il presidente, filoccidentale come il premier Nawaf Salam, ha dovuto aprire la porta a chi lavora per ricucire i rapporti con Hezbollah.

Rigenerato nella sua vocazione alla resistenza anche dalla violenza dell’attacco israeliano che ha devastato il Libano del sud, con un segretario generale, Naim Qassem, che sta dimostrando inattese doti di leadership, Hezbollah si è ripreso dal colpo durissimo dell’uccisione del suo capo carismatico Hassan Nasrallah ed è tornato a livelli di sicurezza relativamente rigidi, almeno ai vertici, dopo la clamorosa défaillance dei cercapersone esplosivi introdotti dal Mossad israeliano nell’organizzazione, che hanno provocato morti e feriti. Costretto a gestire una fase di inevitabile arretramento, oggi Hezbollah appare più solido e determinato rispetto a due anni fa. E non è interessato solo allo scontro con Israele. Intende saldare i conti con chi in Libano ha invocato il suo disarmo, la fine del suo ruolo politico e più in generale un ridimensionamento del peso della comunità sciita.