Accelerare la costruzione di hub per migranti nei Paesi terzi. È il succo della lettera ai vertici delle istituzioni europee e nazionali promossa dalla presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni e dall’omologa danese Mette Frederiksen, con il sostegno di altri 17 paesi Ue. Tra questi non c’è la Germania, ma neanche Spagna e Francia che alzano la voce contro soluzioni di questo tipo.
NELLA MISSIVA il riferimento alle strutture da aprire fuori dai confini del Vecchio continente, con la copertura della Commissione, è generico. Sono citati tanto il protocollo Roma-Tirana – che con le nuove norme europee non ha nulla a che fare, almeno per il momento – quanto non meglio precisati «hub situati in Paesi terzi» a cui «altri governi stanno già lavorando».
Sbaglia chi pensa automaticamente ai return hub, le strutture dove deportare i cittadini stranieri “irregolari” impossibili da rimpatriare che saranno legalizzate dal nuovo regolamento in materia (cui manca solo l’ok del Consiglio). La formulazione della lettera lascia spazio anche ai centri per richiedenti asilo da realizzare in «paesi terzi sicuri», come previsto dal Patto Ue su migrazione e asilo.
QUESTI CENTRI permetterebbero la delocalizzazione di potenziali rifugiati subito dopo il loro arrivo. Un esempio: se la Polonia avesse un accordo con il Ruanda, magari ritenuta «sicura» dall’Europa, avrebbe la possibilità di dichiarare inammissibile la domanda di qualsiasi richiedente asilo e spedirlo nel paese africano in virtù dell’intesa. Un russo in fuga da Putin si potrebbe ritrovare a Kigali, che esaminerebbe la sua richiesta di protezione e, nel caso, gli garantirebbe la protezione.










