Ci sono carriere politiche che si misurano in legislature. Altre in governi. Quella di Clemente Mastella si misura in epoche attraversate. Cinquant’anni dopo la sua prima elezione alla Camera, il suo percorso resta una delle traiettorie più lunghe e continue della politica italiana, iniziata nel cuore della Democrazia Cristiana e arrivata fino all’attuale esperienza da sindaco di Benevento. Tutto comincia nel 1976. Non un ingresso ordinario, ma il risultato di una campagna elettorale condotta senza tregua nel collegio del Sannio. Fu Ciriaco De Mita a fissare l’asticella: 18 mila preferenze a Benevento. Mastella rispose con una maratona politica fatta di comizi continui, fino a venti al giorno. Il risultato superò ogni previsione: decine di migliaia di voti e un ingresso a Montecitorio tra i più significativi di quella tornata elettorale.

Arrivato nella capitale, il giovane deputato si trova immerso in un ambiente completamente diverso da quello di origine. Racconta spesso un dettaglio che, più di altri, restituisce il senso di quel passaggio: i calzini. Non ne aveva mai posseduti di lunghi. A Roma si accorge che, seduto nei banchi parlamentari, i pantaloni si sollevano e lasciano scoperta la gamba. De Mita lo rimprovera con ironia: “Sembri un cafoncello di paese”. E lui risponde senza esitazione: “Lo sono”. Di quegli anni resta anche un’altra sua riflessione, che riassume l’ingresso nella politica nazionale: «Entrai a Montecitorio con le elezioni del 20 giugno 1976, contro tutti i pronostici». Tra gli episodi che raccontano meglio il suo rapporto con la politica delle origini ce n’è uno legato a Ciriaco De Mita e al vino del territorio. Mastella ricorda le conversazioni con il leader democristiano e con altri dirigenti del partito, spesso animate da riferimenti al Sannio e all’Irpinia. In una di queste occasioni, parlando con De Mita, emerge il tema dei vini locali e della loro promozione, con l’invio di bottiglie di Aglianico del Taburno come gesto identitario e relazionale dentro il mondo democristiano. In quella stagione, anche un vino diventa politica: uno strumento di relazione e riconoscimento reciproco.Per Mastella la Dc non è solo un partito, ma una scuola politica. È lì che si forma, ed è da lì che eredita una visione centrata su mediazione, confronto e costruzione del consenso. «Il centro non è una posizione, è una cultura», ha ripetuto più volte nel corso della sua esperienza politica. E ancora: «La politica non può vivere solo di testimonianza, deve misurarsi con il consenso reale», a indicare il legame costante con il territorio. Negli anni successivi Mastella diventa una presenza stabile della politica nazionale. Deputato per otto legislature, poi ministro, sottosegretario, europarlamentare, attraversa le trasformazioni della Prima e della Seconda Repubblica senza mai uscire realmente di scena. La sua esposizione pubblica cresce anche fuori dalle istituzioni. In televisione costruisce rapporti con protagonisti dello spettacolo e della cultura popolare come Raffaella Carrà, Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Una delle chiavi della sua lunga permanenza è il rapporto diretto con il territorio. Per Mastella il consenso non è una teoria, ma una pratica quotidiana. Durante la pandemia, racconta, rese pubblico il proprio numero di telefono per rispondere direttamente ai cittadini: «Lo diedi a tutti e a tutti ho risposto», ha ricordato, come esempio di una politica vissuta senza intermediazioni. La sua carriera conosce anche passaggi complessi, in particolare nel 2008, quando una vicenda giudiziaria che coinvolge la sua famiglia produce effetti politici immediati e lo porta a lasciare il governo. In quel periodo richiama spesso una frase attribuita a Gramsci, autore a cui aveva dedicato la tesi di laurea: «Meglio avanzare e morire che fermarsi e morire», usata come chiave di resistenza personale nelle fasi più difficili.Il mezzo secolo di attività politica viene celebrato anche con un evento pubblico nel cuore di Benevento, al Teatro Romano, trasformato per l’occasione in un luogo di memoria e racconto. Una festa aperta alla città e costruita come una sorta di bilancio personale e politico. Sul palco volti della politica, del giornalismo e dello spettacolo. Tra gli invitati, l’amico Gigi Marzullo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, Pier Ferdinando Casini, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, lo scrittore Maurizio de Giovanni e l’imprenditore Diego Della Valle, insieme ad altri amici di lunga data e protagonisti della sua stagione politica e mediatica.