Reduce dalla disfatta strategica in Iran, Donald Trump ha pensato bene di rivalersi contro la presidente del Consiglio dell’Italia. Ripetiamo: la presidente del Consiglio italiana. Non una ragazzina nei confronti della quale esibirsi nella parte del bullo che tratta le donne come è abituato a trattarle lui (con gli uomini di Stato perfino i suoi insulti sono più «rispettosi»: il Papa è un «debole», Macron «si sbaglia sempre», Starmer «non è Churchill»…); Giorgia Meloni è invece il capo del governo di una grande nazione, membro del G7, della Nato, dell’Unione Europea, alleata storica degli Stati Uniti, e da sempre fedele, perfino troppo, all’interesse nazionale americano.
Comportandosi così, Donald Trump ha mostrato per l’ennesima volta, ma stavolta a danno dell’Italia, l’incapacità di comprendere la relazione tra la sua persona e la sua carica, tra l’uomo e l’ufficio. Distinzione che è uno dei punti cardine della democrazia liberale, ed esattamente ciò che più preoccupa nel comportamento dell’attuale presidente americano, non solo all’estero ma anche in patria.Si capisce chiaramente dall’intervista realizzata da La7, infatti, che Trump non aveva alcuna voglia di parlare di Ucraina e di Hezbollah, gli argomenti proposti dall’interlocutore.Ma ha portato direttamente il discorso sul vertice di Evian, tentando di accreditare la tesi di una Giorgia Meloni implorante per avere una foto con lui, in modo da poter dire che lo strappo di qualche mese fa era stato ricucito.Ovvio che Giorgia Meloni smentisca. E, per quello che si sa, c’è da crederle: in queste sedi nessuno implora mai nessuno. Per la semplice ragione che così facendo riconoscerebbe una condizione di sudditanza, contraria a quella difesa dell’interesse e dell’orgoglio nazionali che sono parte integrante della carica che rivestono. Ha fatto bene dunque Giorgia Meloni a reagire dicendo: «L’Italia non implora mai». Ed è per questo che il capo dello Stato Mattarella le ha subito espresso la sua solidarietà.
















