L’App Store di Apple trasmette ai server dell’azienda un dato analitico per ogni singola lettera digitata nella barra di ricerca, con marcatori temporali precisi fino alla frazione di secondo. Questo zelo digitale è emerso da una recente indagine di Mysk, uno studio indipendente di ricerca su sicurezza informatica e privacy delle app mobili, fondato e portato avanti dagli specialisti Talal Haj Bakry e Tommy Mysk.
Il loro lavoro consiste nello smontare app e sistemi operativi per documentare comportamenti di raccolta dati non dichiarati o vulnerabilità di sicurezza. Negli anni hanno firmato alcune indagini di eco internazionale, tra cui nel 2024 la dimostrazione che le auto Tesla potevano essere sottratte tramite un attacco di phishing man-in-the-middle, sfruttando una falsa rete wi-fi “Tesla Guest” per catturarne le credenziali. Il caso App Store fa discutere dal 9 giugno scorso, quando Mysk ha pubblicato sul social network X un esempio di dati condivisi. Al netto della questione tecnica emerge nuovamente un interrogativo relativo ad Apple, ovvero la distanza tra l’immagine pubblica di custode della riservatezza e la quantità di informazioni che i suoi servizi raccolgono.
La scoperta di Mysk








