Ci sono persone che rispondono alle domande. E poi ce ne sono altre che, senza accorgersene, finiscono per raccontare sé stesse, come fa Andrea Candeo. All’inizio di questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie, appare controllato, quasi prudente. Le risposte sono misurate, essenziali, come se ogni parola dovesse trovare il proprio posto prima di essere pronunciata. Poi, lentamente, qualcosa cambia. Un ricordo richiama un altro ricordo. Una domanda sul lavoro conduce all’infanzia. Un ragionamento sul successo si trasforma in una riflessione sulla paura. E dietro il titolo di Più Bello d’Italia, dietro l’immagine pubblica costruita attraverso la televisione, la moda e i social network, emerge una persona molto diversa da quella che ci si potrebbe aspettare. C’è un passaggio che aiuta a comprendere chi sia davvero Andrea Candeo. Quando gli si chiede quale sia il dono più grande ricevuto nella vita, non parla di opportunità professionali, di riconoscimenti o di traguardi raggiunti. Parla di sua nonna. Parla dei boschi dell’Alto Lago di Como, delle estati trascorse tra prati e fattorie, delle piante che ha imparato a riconoscere da bambino e di un legame familiare che ancora oggi rappresenta il centro emotivo della sua esistenza. In un’epoca in cui l’apparenza sembra aver assunto un valore assoluto, colpisce ascoltare un uomo che ha costruito parte della propria notorietà sull’immagine e che, allo stesso tempo, sembra attribuire molta più importanza a ciò che non si vede. La determinazione, la responsabilità, il lavoro, gli affetti. Perfino le sue paure non riguardano il giudizio degli altri o il trascorrere del tempo, ma la possibilità di smettere di meritare ciò che ha costruito. La paura che il telefono non squilli più. La paura di adagiarsi. La paura, in fondo, di perdere il contatto con la realtà. Nel corso della conversazione emerge continuamente una parola, anche quando non viene pronunciata: equilibrio. Equilibrio tra due professioni che sembrano appartenere a mondi opposti. Equilibrio tra ambizione e qualità della vita. Equilibrio tra il desiderio di crescere e la volontà di non sacrificare ciò che conta davvero. Equilibrio tra la forza necessaria per affrontare il rischio e una sensibilità che lui stesso definisce contemporaneamente un pregio e un difetto. Perché Andrea Candeo, appena insignito del Diploma Segni di pace per il suo impegno nella difesa dell’ambiente e degli animali, racconta spesso la determinazione, ma ciò che resta impresso è soprattutto la vulnerabilità con cui sceglie di parlarne. Parla apertamente delle delusioni sentimentali, della sofferenza che alcune esperienze gli hanno lasciato addosso e persino del percorso affrontato con uno psicologo in un momento difficile della sua vita. Lo fa senza compiacimento e senza retorica, con la naturalezza di chi considera la fragilità una componente inevitabile dell’esperienza umana e non qualcosa da nascondere. Forse è proprio questo l’aspetto più interessante della sua storia. Dietro un titolo che richiama immediatamente l’estetica, emerge una persona che riflette continuamente sul significato delle proprie scelte. Dietro la figura pubblica compare un professionista che ha investito tutto su sé stesso senza alcuna garanzia di successo. Dietro l’uomo che sale su un palco compare il bambino che ancora oggi prova malinconia ogni volta che si allontana dalla propria famiglia. E forse è proprio lì che si trova la chiave di questa conversazione. Non nel concorso che ha vinto. Non nelle fotografie. Non nei riflettori. Ma in quel bambino cresciuto tra i boschi del Lago di Como che, diventato adulto, continua a guardare il mondo con lo stesso stupore, la stessa tenacia e la stessa sensibilità di allora.