«Questo evento ha suscitato in me un senso di vergogna devastante». A leggere queste parole davanti ai compagni di scuola è stata una ragazza vittima di un reato digitale di cui si parla da poco e ancora male: il deepnude, deepfake. Era in piedi davanti a me, agli insegnanti, ai compagni e al ragazzo che aveva manipolato le sue fotografie attraverso l’intelligenza artificiale. Quel ragazzo oggi sta affrontando un percorso di consapevolezza grazie al coraggio delle studentesse che hanno segnalato, grazie alle famiglie e grazie a una scuola che ha scelto di non chiudere gli occhi. Perché ogni comunità, prima o poi, viene chiamata a decidere se diventare muro o ponte.Mi ha colpito profondamente quel senso di comunità, quella forma rara di attivismo collettivo che sembra quasi scomparsa in un tempo in cui siamo abituati alla vittimizzazione secondaria, ai tribunali improvvisati dei social, ai processi celebrati a colpi di commenti. All’inizio le mani le tremavano. Stringeva alcuni fogli scritti a mano come si stringe una corda durante una tempesta. Poi, a un certo punto, ha fermato il polso in un gesto quasi impercettibile e ha ripreso a leggere con voce più ferma, determinata a non concedere al dolore l’ultima parola.Mentre l’ascoltavo pensavo a quanto spesso descriviamo gli adolescenti come fragili, immaturi, superficiali, incapaci di gestire le emozioni. Eppure quella ragazza stava facendo qualcosa che molti adulti non riescono più a fare: dare un nome alla propria ferita e trasformarla in una responsabilità. I ragazzi sono fragili, certo. Vivono il tempo delle prime volte, quando ogni giudizio rimbomba come un’eco dentro una stanza vuota e ogni esclusione sembra definitiva, ma proprio perché non hanno ancora costruito le armature che noi adulti accumuliamo negli anni, spesso possiedono una lucidità che ci sorprende.«Oggi ho finalmente superato quel timore, riprendendo in mano la mia vita. Nessuna violazione potrà mai definire chi sono e privarmi del futuro». Con queste parole ha concluso la sua lettera. Mi ha commossa perché non erano soltanto parole di resistenza, ma parole di restituzione e la rivendicazione di un territorio che qualcuno aveva tentato di occupare: la propria identità. Damiano Rizzi, psicologo clinico, psicoterapeuta e presidente della Fondazione Soleterre, oggi in libreria con “Adolescenza, parliamone”, spiega:«In Italia ci avvitiamo dal 1975. Oltre trenta progetti di legge sull’educazione affettiva e sessuale comprensiva si sono arenati. Per resistenze culturali, fragilità politica e il peso storico della posizione del Vaticano nel dibattito italiano. Nel frattempo gli adolescenti restano soli. Un ragazzo su due tra i 14 e i 18 anni non ha mai parlato di sessualità a scuola e l’87 per cento dei genitori chiede che diventi materia obbligatoria. L’educazione sessuale comprensiva non significa insegnare il sesso ai bambini. Significa conoscenza graduata per età: corpo, emozioni, consenso, violenze, abusi, stereotipi. Si costruisce in sinergia tra scuola e famiglia, non l’uno contro l’altro. Educare all’amore è l’unico modo per disarmare la violenza».L’educazione affettiva è il lessico necessario per riconoscere il rispetto e nominare la violenza, come ha fatto la studentessa, con la lettera che non scorderò mai.