Egregio direttore,

ho letto la sua risposta fornita al lettore sugli autovelox. Chi le scrive ha prestato servizio per 23 anni nella Polizia di Stato, Altvelox non difende chi corre, non giustifica comportamenti pericolosi e non contesta il controllo della velocità. Sosteniamo da sempre una posizione molto semplice: controlli sì, ma regolari, trasparenti, proporzionati e rispettosi delle norme. Ciò che non può essere condiviso è il passaggio secondo cui gli autovelox sarebbero, per loro stessa natura, strumenti capaci di ridurre drasticamente gli incidenti. Una simile affermazione richiede dati precisi riferiti a ciascun tratto. Senza questi elementi, la sicurezza stradale diventa una formula buona per giustificare qualsiasi installazione. Prenda la Provincia di Belluno, autovelox spenti da giugno 2024, incidenti sino al 31. 12. 2025 in riduzione. Il problema italiano è diverso e più profondo. Per anni la sicurezza stradale è stata affidata prevalentemente alla repressione automatizzata, trascurando prevenzione, manutenzione, progettazione e pianificazione. Nei procedimenti esaminati da Altvelox ricorre frequentemente l'utilizzo di dispositivi per i quali le amministrazioni producono decreti di approvazione, mentre l'articolo 142, comma 6, del Codice della strada richiede apparecchiature debitamente omologate. La Corte di cassazione, con ordinanza n. 10505 del 18 aprile 2024, ha chiarito che approvazione e omologazione non sono procedimenti equivalenti e che è illegittimo l'accertamento eseguito con un apparecchio approvato ma non debitamente omologato. Non è un cavillo inventato dagli automobilisti. È la legge applicata dal giudice di legittimità. Eppure le amministrazioni hanno continuato a sanzionare e nessuno o pochissimi ha alzato un dito di protesta. La vera sicurezza stradale segue un ordine preciso. Prima si studiano i flussi, gli incidenti e le caratteristiche della strada. Poi si interviene sulla progettazione, sulla manutenzione, sulla segnaletica, sull'illuminazione, sugli attraversamenti e sui punti critici. Solo successivamente, ove necessario e sulla base di dati oggettivi, si ricorre alla repressione. Una macchina che fotografa una veicolo non interrompe una condotta pericolosa nel momento in cui avviene. Non identifica immediatamente chi guida, non consente una verifica delle condizioni psicofisiche. Chiamare tutto questo prevenzione significa attribuire a una fotografia un'efficacia che non possiede.