Stefano Giordano

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C’è una lezione di potere, nel regolamento sui rimpatri approvato ieri dal Parlamento europeo, che il tifo da stadio della politica italiana non coglie. Meloni ha capito una cosa che ai suoi alleati sfugge: dove risiede davvero il potere legislativo nei sistemi plurilivello. I giudici italiani avevano correttamente disapplicato la norma interna sulla base del diritto UE. Invocavano il non-refoulement, gli standard CEDU, la nozione europea di “paese terzo sicuro”. La legge restava sulla carta, paralizzata dal basso, ordinanza dopo ordinanza. E lì sarebbe morta.

Il nuovo Regolamento

Qui il punto che cambia tutto: il problema non era la norma italiana. Era il diritto europeo che la rendeva inapplicabile. Molti avrebbero continuato a sbattere la testa sul piano interno — ricorsi, appelli, lamentele contro “i giudici politicizzati”. Meloni no. Anziché combattere dove avrebbe perso, è andata dove si vince davvero. Ha detto a Bruxelles: il vostro diritto impedisce ai miei giudici di applicare la mia legge. Cambiatelo. E l’ha cambiato. Il nuovo Regolamento compie un capolavoro tecnico: trasforma quella che era una violazione del diritto UE in una norma conforme al diritto UE. Armonizza la nozione di “paese terzo sicuro”, legittima gli hub esterni, comprime la tutela processuale automatica. Da domani il giudice italiano che esaminerà un trasferimento in Albania non potrà più dire “il diritto UE lo vieta”. Perché il diritto UE, da ieri, lo impone come legittimo. La disapplicazione non ha più un centimetro di terreno.