Siccome ha detto di essere di destra e grato a Giorgia Meloni, in Rai sono tutti arrabbiati con il direttore del Tg1, Gian Marco Chiocci. Non so quanti decenni siano passati da quando Bruno Vespa disse che il suo azionista di riferimento era il partito di maggioranza, allora la Democrazia cristiana: modo elegante per rimarcare la dipendenza dell’informazione pubblica dal potere politico. Non per servilismo, per statuto.
A memoria d’uomo, non c’è capo di governo che non si sia scelto il suo direttore del Tg1, e di conseguenza sono cambiati quelli del Tg2 e del Tg3. Talvolta persino se è il capo di un governo tecnico. Ricordo quando cadde l’ultimo governo di Berlusconi, novembre 2011, e gli subentrò quello di Mario Monti: si pose il problema di affidare il Tg1 a un direttore che non fosse di scelta e osservanza berlusconiana. Anche un professore della levatura e della preparazione di Monti necessitava di adeguato appoggio, e in capo a una campagna dai tratti repellenti, di cui Monti non porta responsabilità, Minzolini fu fatto fuori e sostituito.
È tutto talmente accettato e risaputo che sarebbe perfino difficile parlare di una svelata ipocrisia. Sarebbe, se non fosse che dal sindacato Rai è arrivata un’annotazione strabiliante a proposito dei “rapporti di indipendenza del giornalismo dal governo di turno”. Capito? Se Chiocci è lì per volere politico e per rispondere alla politica, sta svendendo la virtù una nobile testata, fin qui capace di attraversare mille orge e uscirne vergine










