Quando Trump dice che il leader siriano Ahmad Sharaa «sta facendo un lavoro straordinario» e che, se Israele non riesce a sconfiggere Hezbollah, «la Siria farà il lavoro», riporta in superficie l’antica grammatica del patrono che parla del cliente come di un uomo messo lì per fare ciò che gli viene chiesto. Senza mezzi termini, Trump descrive Sharaa come un investimento politico americano, con la Turchia sullo sfondo.

Damasco appare come una società rilevata dopo un fallimento e affidata a un amministratore abbastanza spregiudicato, «non certo uno stinco di santo». E l’amministratore deve rendersi utile. Punto. Cambiano i contratti, le conferenze stampa e il lessico della «stabilizzazione», resta l’idea che i territori a est del Mediterraneo, quelli tra Turchia, Iran e Israele, siano scacchiere dove i pezzi locali valgono quando possono essere mossi contro altri pezzi locali. Trump dice in maniera esplicita ciò che la diplomazia tradizionale copre da almeno due secoli con frasi sul «diritto di autodeterminazione dei popoli», la «stabilità» e la «protezione delle minoranze».

IL PRESIDENTE americano poi definisce Hezbollah una «spina nel fianco» da neutralizzare perché non disturbi il dossier iraniano. In questo senso, il Libano conta quanto basta a non far saltare l’intesa con Teheran. E Beirut va protetta perché legata al memorandum con l’Iran. Il sud del paese, con le sue campagne svuotate, le sue cittadine distrutte, le sue comunità sfollate, diventa un costo di transazione.