Bologna, 19 giugno 2026 – Piazza Verdi non invecchia mai. L’epicentro della zona universitaria bolognese, con i suoi libri e i suoi caffè, immobile da secoli osserva lo scorrere della giovinezza che l’attraversa. Quella degli studenti che arrivano carichi di sogni e aspettative. Che ribollono di idee, energia e rabbia.
I ragazzi che l’attraversano indossano abiti diversi, ma gli slogan che gridano sono più o meno gli stessi dal ’77. Mezzo secolo di guardie e ladri, poliziotti e collettivi, scudi e kefiah. Cinquant’anni scanditi dalle lotte e dagli scontri di piazza; ma anche dalla movida ‘fracassona’ che nelle notti tiene svegli i residenti (ormai un manipolo di coraggiosi) e dal degrado della droga, che qui si trova sempre a buon mercato. Uno spazio che in questi giorni è tornato protagonista delle cronache, prima con una lite tra un residente e gli attivisti del collettivo Cua che, contrari a un evento organizzato in quella che considerano la ‘loro’ piazza, lo hanno colpito con un pugno; poi con le transenne che avrebbero dovuto contenere la movida della vicina piazza Aldrovandi tagliate l’altra notte da attivisti di Làbas. Scene consuete in questo quadrato medievale chiuso tra il teatro Comunale e il convento agostiniano di San Giacomo Maggiore, spaccato a metà da via Anteo Zamboni, la strada delle università che porta il nome del quindicenne attenatore di Mussolini ammazzato dagli squadristi nel ’26, una zona che da cinquant’anni è laboratorio di una contestazione che, da Bologna, propaga verso tutta Italia. Un residente colpito al volto nei tafferugli mostra la foto del volto tumefatto






