Èraro che una legge nasca nel vuoto, spesso prende forma dentro una cornice discorsiva che la precede, la rende plausibile, costruisce i soggetti da proteggere e quelli da temere, stabilisce quali parole possano circolare e quali siano interpretate come minacce. Prima ancora di diventare disposizione giuridica, contribuisce a produrre realtà: legittima sospetti e normalizza pratiche di controllo.

Nel caso della legge Valditara sul consenso informato in materia di educazione sessuo-affettiva, questo terreno è stato preparato per anni dal discorso portato avanti dalla destra: l’allarme permanente contro il “gender” e la trasformazione della famiglia, da parte della comunità educante, in soggetto chiamato a difendersi dalla scuola pubblica.

Le associazioni Lgbtqia+, i centri antiviolenza, le organizzazioni femministe sono state descritte come portatrici di un’agenda occulta; parole come consenso, salute sessuale e omolesbobitransfobia sono state sottratte al campo educativo e trascinate nell’emergenza ideologica.

Ora che la legge è stata approvata, quel discorso rischia di diventare pratica amministrativa quotidiana, alimentando la macchina della sfiducia, trasformando l’autonomia scolastica in un campo da sorvegliare.