«Seguiamo con attenzione e siamo molto preoccupati per la lunga detenzione dei nostri colleghi in Libia», ha denunciato uno dei fondatori della Flotilla, Saif Abu Keshek, detenuto in Israele per 11 giorni con Thiago Ávila e rilasciato lo scorso 10 maggio. «Prima di tutto è un segnale che spiega che l’assedio di Gaza non inizia a Rafah, non a 150 miglia nautiche dalla costa della Striscia. Bloccano ovunque gli aiuti umanitari e gli attivisti diretti a Gaza estendendo i suoi confini. La loro detenzione illegale è preoccupante anche perché Italia, Spagna, Argentina, Uruguay, Stati Uniti e gli altri paesi da cui provengono non sono in grado di fare pressione sulla Libia per il rilascio dei loro attivisti umanitari, parte di un convoglio».

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Cosa è accaduto esattamente?«Sono andati al checkpoint con un accordo precedente con la Mezzaluna Rossa per negoziare l’accesso del Convoglio diretto a Rafah, attraverso la Libia e l’Egitto. E in quel momento sono stati presi. È molto preoccupante come la persecuzione di attivisti accada ovunque. Lo vediamo in Francia, con la persecuzione che coinvolge l’europarlamentare Rima Hassan; in Gran Bretagna dove una corte ha appena deciso che gli attivisti saranno condannati per terrorismo perché hanno impedito la consegna di armi a Israele. Tutte le sanzioni approvate negli Stati Uniti e in Germania, tutto questo è preoccupante e ha l’obiettivo di isolare la Palestina con lo scopo di mettere a tacere il movimento di solidarietà». C’è una specificità degli arresti in Libia, dieci attivisti sono in carcere in Cirenaica da 22 giorni, inclusi Domenico Centrone e Dina Alberizia?«Non possiamo speculare su questa situazione perché crea incertezza e preoccupazione per le famiglie. Quello che sappiamo è che le accuse di essere entrati illegalmente in Libia sono false. Facevano parte di un convoglio che è stato annunciato. Bisogna andare avanti seguendo la procedura legale. Se cercano di usare questo caso per fare pressioni politiche o meno, non siamo informati. Sappiamo di sicuro che le autorità di Italia, Spagna e degli altri Paesi coinvolti possono esercitare pressioni per spingere affinché vengano rilasciati, se vogliono». Cosa pensa della stigmatizzazione del ministro israeliano Ben Gvir in Europa per il trattamento riservato da Israele alla Flotilla?«Sappiamo che il problema non è lui: è un intero sistema. Abbiamo visto l’altro giorno come è stato trattato il dottor Abu Safie quando è stato portato in prigione, con i segni di tortura, i colpi ricevuti al volto, l’impatto sul suo corpo della detenzione. Il governo israeliano ha deciso di intercettarci la prima volta, vicino alla Grecia. Gli attivisti sono stati picchiati, le loro gambe spezzate. Israele colpevolizza Ben Gvir come se non fosse il governo stesso responsabile delle aggressioni. Ma è lo stesso esecutivo che ha approvato sentenze contro i prigionieri palestinesi, leggi discriminatorie, che ha commesso il genocidio a Gaza negli ultimi tre anni. Ogni paese che ancora fa affari con Israele e lo sostiene politicamente è complice».