Un rapporto Ocse del primo giugno, sicuramente destinato a smuovere il dibattito internazionale, mette in fila cifre molto chiare. Circa il 60% della quota di mercato conquistata dalle imprese cinesi dal 2005 a oggi è spiegabile con l’effetto di sussidi pubblici. Sempre secondo l'organizzazione internazionale basata a Parigi, nel 2024 le imprese cinesi avrebbero ricevuto tra le quattro e le otto volte i finanziamenti pubblici accordati alle imprese dei 38 paesi Ocse. E, ancora, le stime del rapporto indicano che dei 108 miliardi di sussidi erogati nel 2024 a livello globale, il 52% si è diretto verso la Cina e lo ha fatto non a pioggia, ma concentrandosi in pochi comparti strategici: pannelli solari, semiconduttori, industrie pesanti. Numeri molto significativi, quindi. Tanto più alla luce di due ulteriori aspetti messi in evidenza dal rapporto: e cioè che lo strumento finanziario più diffuso nell’ordinamento cinese è quello dei prestiti a tasso di interesse sovvenzionato – meno visibili e più difficili da tracciare rispetto ad esenzioni fiscali e contributi a fondo perduto – e che ci sono ancora difficoltà di accesso alle informazioni e problemi di trasparenza al riguardo.
Se, quindi, la questione della dimensione finanziaria dei sussidi è cruciale, vi è un secondo punto che emerge, proprio in questi giorni, nel discorso internazionale. Tej Parikh, uno degli osservatori più attenti del Financial Times, è, su questo aspetto, molto esplicito. Scrive, infatti, della politica industriale come del vero “vantaggio comparato” cinese. E può arrivare a questa conclusione alla luce della capacità di quell’ordinamento di fare due cose essenziali: mobilitare rapidamente risorse finanziarie e coordinare verso obiettivi comuni le misure di governo centrale, amministrazioni provinciali e imprese pubbliche.






