Da quasi vent’anni mi occupo di controversie che nascono dall’economia digitale. Contratti di fornitura software andati male, dispute su servizi cloud interrotti senza preavviso, responsabilità legate a sistemi di intelligenza artificiale che hanno prodotto danni difficili da quantificare.In ognuno di questi casi ho incontrato sempre lo stesso problema strutturale: giudici preparati, spesso molto preparati sul diritto, ma costretti a giudicare prestazioni tecniche che richiederebbero una familiarità con l’informatica, con le architetture dei dati e con i modelli contrattuali del settore tech che i percorsi ordinari della magistratura semplicemente non forniscono.Per questo ho partecipato con entusiasmo ed attenzione alla redazione del disegno di legge depositato al Senato dal senatore Nicola Irto, che propone di istituire sezioni specializzate in materia digitale all’interno degli organi giudiziari ordinari. La proposta merita una lettura seria, perché tocca qualcosa che chi lavora nel digitale conosce bene e cioè la distanza tra la velocità con cui si generano controversie tecnologicamente complesse e la lentezza con cui il sistema giudiziario costruisce gli strumenti per affrontarle.Indice degli argomenti