Vecchi e polverosi: è quasi uno stereotipo, quello sui musei italiani. Sbagliato? Forse. La cultura sta diventando sempre più digitale. Lo spunto per il salto in avanti è arrivato, come in altri ambiti, dalla pandemia. I dati sono stati presentati nel convegno "L’innovazione nella cultura tra passato e futuro: i megatrend dei prossimi 10 anni”, organizzato dall’Osservatorio Innovazione digitale nella cultura del Politecnico di Milano. Lo studio ripercorre la parabola a ritroso, prima di indagare le prospettive. Vediamo.Non solo bigliettiLa digitalizzazione è stata introdotta innanzitutto per risolvere questioni pratiche. Ha funzionato, anche grazie alla diffusione degli smartphone: e così, nei musei italiani, l’acquisto di biglietti online è passato dal 25% del 2018 all'attuale 58%. Va ancora meglio nei teatri, dove ha raggiunto addiririttura l’86% del totale. Significa meno code, possibilità di prenotare senza il rischio di presentarsi al foyer e trovare la struttura al completo, ma anche migliori possibilità di controllare i flussi per chi gestisce gli spazi.Il cambiamento più significativo, scrivono i ricercatori, riguarda, però, le competenze interne.A mutare progressivamente sono stati gli organici. Nel 2018 solo poco più di un terzo delle istituzioni culturali disponeva di risorse interne focalizzate sul digitale. Oggi il 72% dichiara di aver investito nello sviluppo di competenze legate a presenza online, analisi dei dati, digitalizzazione delle collezioni, ticketing digitale e sicurezza informatica. Un segnale che mostra come il digitale venga percepito sempre più come leva non soltanto tecnica.“La prima fase dell’innovazione digitale nella cultura è stata quella dell’adozione tecnologica. Oggi entriamo in una fase diversa, molto più complessa e strategica”, spiega la responsabile scientifica dell’osservatorio Michela Arnaboldi. “La domanda non è più quali strumenti utilizzare, ma quale valore culturale vogliamo generare attraverso dati, piattaforme, intelligenza artificiale e nuovi modelli relazionali. Il digitale non può più essere confinato a una funzione tecnica: deve entrare nei modelli di governance, nelle competenze, nei processi decisionali e nella capacità delle istituzioni culturali di costruire sostenibilità e relazioni durature con i pubblici”.La strategia digitale, però, continua a non essere formalizzata nella maggior parte delle istituzioni. Il 77% di musei, monumenti e aree archeologiche non dispone infatti di alcun documento, né autonomo né inserito in piani più ampi, che definisca linee guida e obiettivi legati all’innovazione digitale. Solo il 6% ha adottato un piano specifico sul digitale mentre il 17% include questi temi all’interno di altri documenti di pianificazione.Nuovi modi per fruire la cultura“Il medium è il messaggio”, sosteneva il sociologo Marshall McLuhan. Il canadese intendeva dire che il contenuto è plasmato dal mezzo di comunicazione impiegato per diffonderlo. Insomma: cambia a seconda che si tratti di carta stampata, televisione, radio o web. Vale anche in questo caso, naturalmente. E se nella prima decade del Millennio i progetti interattivi erano del tutto pionieristici e spingevano qualcuno ad attraversare lo Stivale per goderseli – come dimenticare la splendida mostra su Fabrizio de Andrè al Palazzo Ducale di Genova nel 2009, allestita nel decennale della scomparsa? -, oggi sono aumentati i musei e le istituzioni della cultura che hanno sfruttato il digitale per creare nuovi contenuti senza limitarsi ad archiviare e catalogare l’esistente: audioguide evolute, strumenti immersivi, piattaforme digitali interattive strutturano la visita un po' in tutta la Penisola.L'uso dell'intelligenza artificialeC'è posto anche per l'intelligenza artificiale, anche se - spiega il rapporto - con livelli di maturità ancora molto differenti. L'ostacolo più grande è la mancanza di competenze. Tra le applicazioni più promettenti emergono la traduzione automatica multilingua dei contenuti, l’accessibilità per persone con disabilità sensoriali, l’automazione della metadatazione delle opere, l’analisi avanzata dei dati di fruizione e il supporto alla costruzione di percorsi personalizzati e strumenti di interpretazione del patrimonio.Largo ai metadatiProprio la metadatazione automatica rappresenta uno degli esempi più interessanti. Se fino a oggi molte informazioni su dipinti, documenti o archivi venivano inserite manualmente dagli operatori – autore, tecnica, anno, dimensioni – l’AI permette ora di identificare automaticamente gli elementi presenti nelle opere, ma anche di operare connessioni con altri patrimoni, temi ricorrenti e relazioni narrative. Questo apre la strada a nuove forme di esplorazione e a percorsi di visita dinamici e personalizzati, che fino a pochi anni fa sarebbero stati impossibili per costi e tempi di lavorazione.Sparirà il personale?Sparirà il personale nei musei?, viene da chiedersi. A parte il fatto che sarebbero pochi a voler frequentare un non luogo privo di umaità, al sapore - quasi - di Corea del Nord, “la vera sfida non è l’automazione in sé”, dice Eleonora Lorenzini, codirettrice dell'Osservatorio. "È capire quando e a quali condizioni queste tecnologie rafforzino davvero la missione culturale, senza sostituire il ruolo interpretativo e curatoriale umano”.
Il digitale piace sempre di più ai musei italiani (ma gli esseri umani probabilmente non spariranno)
Finita la fase di adozione, le istituzioni culturali stanno ripensandosi per sfruttare le possibilità offerte dalla tecnologia








