“I-ron Mai-den, I-ron Mai- den”: il coro ritmato e ossessivo ha tutti i crismi dell’incitamento calcistico. Ma non stanno giocando l’Inter o il Milan a San Siro, no: per la prima volta lo stadio che fu di Bob Marley o di Bruce Springsteen, è appannaggio di un altro Bruce, il signor Dickinson. Ovvero il 67enne frontman degli Iron Maiden, la prima band metal della storia a esibirsi alla Scala del Calcio: davanti a 41mila adepti, tantissimi con le magliette d’ordinanza, quasi tutti figli degli anni Ottanta, prevalentemente maschi, da sempre underdog, loro come il loro gruppo di riferimento. Come ci ha raccontato Steve Harris, settanta anni ( e non sentirli) bassista e fondatore della band. Lui, come Bruce, grande appassionato di pallone, quasi emozionati a suonare qui. Per due ore solide, pregne, a tratti divertite, di metal purissimo. Bruce, si diceva. Il cantante aviatore, scrittore, sopravvissuto a un tumore violentissimo, mostra una forma invidiabile: voce che taglia l’aria come sempre, cambia una marea di outfit, come neanche Lady Gaga. Nel corso della serata sarà sacerdote maya, pilota, capitano di fregata e quant’altro. Correndo come un matto da una parte dell’altra. Con una scaletta a prova di sorpresa, praticamente la stessa dall’inizio del tour, con tutti i brani che hanno costruito la leggenda dei Maiden: da “The Number of the Beast”, tirata che scandalizzava i benpensanti, oggi declinata al folklore alla corsa sfrenata di “Two Minutes to Midnight”; dalla metallica marcia di Radeztky di “The Troopers” fino all’inno spaventevole di “Fear of the Dark” Gli adepti apprezzano , gli underdog sono rimasti underdog di fronte ai loro idoli invecchiati, ma, ancora, sul pezzo. Una storia partita nel 1980, chi si sarebbe immaginato mai che un giorno gli Iron si sarebbero preso San Siro. È successo. Anche questo.