Il Club Gymkhana di Delhi occupa da 113 anni oltre 100mila metri quadri nel quartiere centrale dei palazzi del governo, delle ambasciate e dei parchi della capitale indiana. A fine maggio il governo del primo ministro Narendra Modi, nazionalista e induista, ha comunicato al club lo sfratto: i terreni su cui sorge sono di proprietà statale e il governo li reclama per costruirci «infrastrutture di difesa e altre finalità essenziali per la sicurezza pubblica». Il Gymkhana avrebbe dovuto chiudere e sgomberare in pochi giorni, entro il 5 giugno, ma ha portato il caso all’Alta Corte di Delhi, guadagnando tempo.
È un club esclusivo, che fu fondato dai colonizzatori britannici e dopo l’indipendenza dell’India, nel 1947, ha accolto fra i suoi membri vari esponenti delle élite indiane: diplomatici in pensione, funzionari statali di alto livello, generali dell’esercito e un ristretto numero di imprenditori. Il tentativo di sfratto è molto discusso in India: i sostenitori del governo presentano l’azione come una necessaria opera di decolonizzazione e di abolizione di un privilegio ingiustificato, i critici ritengono che sia l’ennesima operazione di Modi per reprimere il dissenso e omologare l’India ai valori indù, a scapito di quelli secolari su cui è stata fondata.







