Lo stadio di Cagliari «è in dirittura d’arrivo». Le virgolette sono d’obbligo: è la frase pronunciata dal presidente del Cagliari, Tommaso Giulini, avant’ieri. Con una chiosa polemica in calce all’accordo pubblico-privato che dà il via libera al nuovo impianto da 30mila posti: «È una vergogna aver dovuto aspettare 10 anni a causa della burocrazia». È innegabile che Giulini abbia avuto pazienza. A prescindere dai discorsi economici che infervorano gli interventi di amministratori e polemisti. Va riconosciuto però che il suo predecessore, Massimo Cellino, sia stato il pioniere, e al tempo stesso la figura più tragica della travagliata epopea degli stadi di proprietà in Italia. Già negli Anni Novanta, l’ex patron comprese quanto il Sant’Elia, risistemato per Italia ‘90, fosse un freno per le ambizioni del club.

La battaglia

La sua fu una battaglia solitaria: per ovviare all'inagibilità, decise di smantellare la pista d’atletica e piantare le celebri tribune “Innocenti” sul campo, creando un’arena all'inglese dentro lo scheletro di cemento. Non pago di quel compromesso, Cellino progettò la “Karalis Arena” a Elmas, a Santa Caterina, impianto del tutto privato a ridosso dell’aeroporto. Quel sogno visionario si infranse contro il muro dell'Enac, che bocciò il piano per motivi di sicurezza legati alle rotte di volo. Da lì la rottura con il Comune di Cagliari divenne totale, spingendo l’ex patron a una clamorosa e provocatoria fuga a Trieste. La ricerca di una casa portò poi al controverso trasloco a Quartu: in tempi record sorse lo stadio di Is Arenas, un cantiere perenne sospeso tra l'entusiasmo dei tifosi e le feroci inchieste giudiziarie per violazioni paesaggistiche. Quella scommessa si trasformò in un incubo personale, con l’arresto nel 2013: un trauma che segnò la fine della sua era. Il rientro al Sant'Elia fu solo il triste preludio della resa, con la cessione del Cagliari.