di
Greta Privitera
Gli Stati Uniti, per ora, hanno in mano un cessate il fuoco, la riapertura di Hormuz e sessanta giorni di tempo per provare a ottenere un accordo «migliore» sul nucleare
Se la bozza del memorandum in 14 punti è davvero quella che gira tra le capitali, la fotografia è piuttosto chiara: il regime iraniano esce dalla guerra in piedi, riconosciuto e rifinanziato. Gli Stati Uniti, per ora, hanno in mano un cessate il fuoco, la riapertura di Hormuz e sessanta giorni di tempo per provare a ottenere sul nucleare qualcosa che somigli a un «accordo migliore» di quello firmato da Barack Obama nel 2015. Tutto il resto - sanzioni, soldi, Libano - pesa più sul piatto di Teheran che su quello di Washington. Per i più critici, il testo rappresenterebbe addirittura una resa per gli Stati Uniti: «La sconfitta in Vietnam è stata meno dura», titolava «Foreign Policy». E per il giornale israeliano «Haaretz» la bozza «sembra scritta dall'Iran».
Il «conto» dei punti: chi incassa cosaHormuz, parità apparente, vantaggio accumulatoSulla carta la riapertura dello Stretto è un win‑win. Washington smonta il blocco navale, Teheran rimuove mine e ostacoli e garantisce la ripresa delle rotte mercantili tra Golfo Persico e Mare di Oman. È l’unico capitolo in cui l’interesse è davvero comune: senza Hormuz salta una fetta dell’economia del mondo e nessuno, nemmeno l’Iran, se lo può permettere. Ma il segnale che resta dopo questi mesi è un altro. Lo Stretto è diventato un’arma in più nell’arsenale startegico del regime ed è stato legittimato come leva negoziale. Teheran ha dimostrato di poter chiudere la valvola quando vuole e costringere tutti a sedersi al tavolo. Può rifarlo.












