Strasburgo, dall’inviata – Il regolamento sui rimpatri è realtà. Con 418 voti a favore, 218 voti contro e 30 astensioni, l’approvazione dalla plenaria del Parlamento europeo è arrivata. Ora il regolamento – che integra le misure che rientrano nel Patto sulla migrazione e asilo, entrato in vigore il 12 giugno – dovrà essere formalmente adottato dal Consiglio e pubblicato nella Gazzetta ufficiale prima di essere messo in atto. Ma mentre a destra si festeggia, le opposizioni stanno iniziando a pensare a come reagire. In queste fila, c’è Cecilia Strada, europarlamentare per il Partito democratico, “membra della società civile prestata alla politica”, che da tempo critica il Patto. E che, a margine del voto in plenaria a Strasburgo, in una intervista rilasciata a Eunews, esprime tutto il suo malessere per un’Unione europea che “ha legalizzato la violazione sistematica dei diritti umani, i respingimenti violenti, le detenzioni arbitrarie, le deportazioni”.Eunews: Il regolamento sui rimpatri è stato approvato dal Parlamento europeo. Che cosa cambia, da oggi, per le persone? Cecilia Strada: “Di fatto, ci stiamo trasferendo a Minneapolis. Ci stiamo preparando a fare alcune delle cose che abbiamo più duramente criticato, quando eravamo scioccati dalle immagini dell’ICE che arrestava i bambini. L’UE è pronta a fare lo stesso, arrestare famiglie con bambini, trattenerle per oltre due anni, costringere minori a stare in carcere, per poi deportarli in Paesi che non hanno mai visto. È questa la grande novità: mi chiedo se sia giusto chiamarlo ‘regolamento sui rimpatri’, visto che c’è la possibilità che le persone non vengano riportate in patria, ma nei cosiddetti hub in Paesi terzi”.E.: Un taglio netto sui diritti dei migranti che servirà ad aumentare la sicurezza dei residenti? C.S.: “La garanzia dei diritti fondamentali non sarà più la stessa. Non solo i diritti vengono distrutti, ma si genereranno diversi problemi per le nostre comunità. Davanti alla prospettiva della detenzione, è lecito aspettarsi che molte persone cercheranno di nascondersi per non doverla subire. Lo farei anche io, in una situazione del genere. Quindi, non penso che otterremo la sicurezza di cui tanto si parla. C’è poi un altro problema: nessuno Stato membro è pronto. I Paesi faranno entrare in vigore – per ora – solo una parte del regolamento. Altre previsioni dovrebbero essere applicate tra 12 mesi. Cosa succederà nel frattempo? Il caos. Con leggi diverse e diverse maniere di metterle in pratica, i tribunali saranno seppelliti dai ricorsi. Nel frattempo, la destra festeggia sguaiatamente”.E.: Come si potrà continuare a praticare la solidarietà, anche a livello politico? C.S.: “Tutti quanti dovranno aumentare i loro sforzi. Lo dico da persona della società civile prestata alla politica: credo che le forze progressiste dovranno aumentare il loro sostegno alle organizzazioni che cercheranno di tenere insieme le nostre comunità, mentre le leggi cercano di lacerarle. Il ruolo della società civile sarà fondamentale. Non solo per fornire servizi essenziali – assistenza legale, consulenze, diffusione di informazioni -, ma anche per tenere unite le persone. Ci saranno senza dubbio delle azioni legali. Poi, sarà importante il lavoro di monitoraggio. Noi deputati, che grazie al nostro tesserino possiamo entrare nei centri per il rimpatrio e negli altri spazi al servizio del regolamento, dobbiamo usare questo potere per vigilare. Anche qui sorgono dei dubbi: se un CPR viene costruito in un Paese terzo, il nostro accesso dipenderà dagli accordi sottoscritti. Quindi non solo l’UE opererà in stile ICE statunitense, ma lo farà lontano dalle strade. Una violenza meno visibile, ma comunque strutturale”.Cecilia Strada (Fonte: Parlamento Europeo)E.: Come si garantisce il rispetto del diritto internazionale nei Paesi terzi? C.S.: “È una grande preoccupazione, perché nel momento in cui ci sarà qualche problema sarà la giurisdizione del Paese terzo a valutarlo. Inoltre, la distanza tra la realtà e le dichiarazioni della Commissione è piuttosto profonda. Basta vedere l’elenco dei Paesi considerati sicuri. Un esempio è sufficiente: l’Egitto, il Paese dove è morto Giulio Regeni. C’è un’oggettiva incoerenza nei nostri atti. Non è difficile immaginare dove saranno questi hub, abbiamo una prova concreta, i centri in Albania. In teoria, la giurisdizione è italiana, ma in virtù dell’extraterritorialità i diritti non sono ugualmente garantiti. Dal cosiddetto modello Albania possiamo imparare come non si fanno le cose”.E: Come si sradica la narrazione positiva degli hub in Albania, nel momento in cui viene eretto – appunto – a modello? C.S.: “Bisogna saper spiegare la complessità e avere dall’altra parte qualcuno disposto all’ascolto. Quando la macchina della propaganda è in azione, nello stesso tempo in cui io posso spiegare come stanno le cose nel centro di Gjadër, sono state diffuse migliaia di bugie. I centri in Albania sono raccontati come una misura che funziona, non si dice che la maggior parte delle persone portate a Gjadër sono state poi riportate in Italia. Non solo abbiamo amplificato le loro sofferenze, ma anche inciso maggiormente sui costi per lo Stato. Il governo si sta dando tantissimo da fare per non dare i numeri che renderebbero evidente il fallimento”. E.: Quanto davvero la questione migrazione è una preoccupazione per i cittadini europei?C.S.: Rispetto alla propaganda siamo perdenti, ma io ho una speranza: penso che le popolazioni europee e gli italiani siano nettamente migliori dei politici che eleggono. Voglio credere che l’odio che trasuda dalle parole che sentiamo dai colleghi in Parlamento non rispecchi l’odio dei loro elettori. Ovviamente, le persone hanno le loro preoccupazioni e frustrazioni, ma non sono legate al migrante appena arrivato a Lampedusa. Dipendono dal fatto che in Italia non puoi curarti senza lunghe attese, il lavoro è precario e non esiste il salario minimo, le pensioni non sono sufficienti. Bisognerebbe far capire ai cittadini che se non si riesce ad arrivare a fine mese non bisogna girarsi verso chi attraversa il Mediterraneo, ma verso Palazzo Chigi”.E.: L’iter di approvazione è stato rapidissimo per i tempi ordinari dell’Unione europea. Dalla proposta della Commissione al voto finale sono passati poco più di 15 mesi. Perché questa fretta? C.S.: “Perché la destra vuole far vedere che fa, che agisce, che protegge i cittadini. Abbiamo visto la stessa fretta per i Paesi sicuri. È un’accelerazione – di nuovo – completamente scollegata dalla realtà, perché non ci sono le condizioni per mettere in atto il regolamento. Le amministrazioni comunali in Italia, ad oggi, non sanno cosa sta succedendo, non hanno ricevuto nessun tipo di indicazione dal governo”. E.: Sia la Commissione sia il Parlamento europeo hanno sottolineato che a livello europeo solo il 20 per cento dei rimpatri viene effettivamente eseguito, facendo intendere che il regolamento avrà un impatto in termini di efficacia. C.S. “Se si rinuncia a tutelare i diritti delle persone, sicuramente le cose diventano molto più semplici. Il regolamento rende più semplici le procedure, ma non può essere questa la soluzione. Vedremo poi l’effettiva efficacia. I lunghi periodi di detenzione, secondo i dati disponibili, tendono a rendere meno probabile il rimpatrio a causa dei ricorsi. Vedremo anche se il regolamento regge nei tribunali e se le diverse applicazioni degli Stati membri saranno idonee. La cosa che mi spaventa di più, però, è la narrazione sempre più violenta del fenomeno migratorio”.