Il Consiglio europeo di giovedì e venerdì, l’ultima riunione dei capi di Stato dei 27 Paesi dell’Unione prima della pausa estiva, ha in agenda anche il budget pluriennale 2028-2034, un tema scottante perché in tempi di coperta stretta I fondi necessari per accelerare lo sviluppo industriale e la difesa potrebbero finire per essere sottratti alla Politica agricola comune e ai fondi regionali. Uno scenario che Simone Gamberini, presidente di Legacoop, sta facendo di tutto perché non si avveri.«Se vogliamo investire sull'Europa, su politiche comuni, dobbiamo anche capire come le finanziamo», dice a Bruxelles: «È evidente che in questo momento c’è un gioco delle parti tra Commissione e singoli governi nazionali, con il parlamento e la Commissione che hanno presentato proposte diverse per il bilancio».Lei che proposta sostiene?«Il fondo per la competitività è necessario, soprattutto a paesi come l'Italia, ma la competitività non deve andare a ridurre le politiche di coesione, che per noi sono un elemento centrale. Il rischio è che si crei una dinamica che mette in secondo piano la coesione sociale a favore della competitività, assegnando peraltro risorse che sono circa la metà di quelle previste nel rapporto Draghi per garantire un supporto sistemico nei prossimi 7 anni». Come dare allora risorse alla competitività e alla difesa?«Il fondo per la competitività è necessario, soprattutto a paesi come l'Italia, ma la competitività non deve andare a ridurre le politiche di coesione, che per noi sono un elemento centrale. Il rischio è che si crei una dinamica che mette in secondo piano la coesione sociale a favore della competitività, assegnando peraltro risorse che sono circa la metà di quelle previste nel rapporto Draghi per garantire un supporto sistemico nei prossimi 7 anni». «Abbiamo sempre pensato che la strada del debito comune fosse auspicabile per dotare l'Europa degli strumenti necessari per affrontare in modo deciso il tema della competitività dell'intero continente. Se non si vuole aumentare il prelievo fiscale, forse è il momento di stimolare un debito comune finalizzato a progetti strategici europei ma è evidente che non c'è un accordo politico tra gli Stati su questo, né su forme di tassazione comune».Quali sono gli Stati secondo lei che stanno competendo tra di loro?«Più che altro mi chiedo se ogni singolo stato possa competere da solo in questo scenario geopolitico mondiale in modo efficace da solo. Credo di no. È invece necessario rafforzare le politiche comuni e temo che la costruzione di piani nazionali rischi di ridurre la pianificazione europea a tanti piani singoli, rinunciando alla prospettiva comunitaria».Secondo lei la difesa europea deve essere finanziata e come?«Non sono contrario al finanziamento ma sono perplesso nel finanziare stato per stato senza guardare a un esercito comune. Si stanno sostenendo i singoli apparati industriali nazionali: chi ha più agio nel bilancio farà di più, ma non avremo una difesa comune europea, che rimane solo sulla carta».Quindi pensa che sarebbe meglio togliere le risorse alla difesa perché non esiste un esercito europeo e dedicarle ad altro?«Sulla necessità di una deterrenza europea c’è una condivisione diffusa. Tuttavia le modalità attuali rischiano solo di fare investire di più alcuni stati con più agibilità di bilancio, senza avere né una politica estera né una difesa comune».Ma sono gli stati che bloccano l'integrazione. Cosa chiedete esattamente e cosa vi aspettate per cambiare la proposta della Commissione?«Il Parlamento ha chiesto il 10 per cento di risorse in più rispetto alla proposta della Commissione, il che ci pare utile e necessario. Sarebbe poi opportuno separare, all'interno dei piani nazionali, i fondi per la pace, la coesione, la pesca e l'agricoltura, perché rischiamo che ogni Paese faccia prevalere alcune funzioni nazionali facendo saltare le politiche comuni».Ma sono gli stati che bloccano l'integrazione. Cosa chiedete esattamente e cosa vi aspettate per cambiare la proposta della Commissione?«Una prevalenza di spese verso la Pac per compensare le mancanze nel budget globale, il che ridurrebbe pesantemente le risorse destinate alla coesione. Se non chiariamo prima come verranno gestite le risorse, rischieremo forti squilibri».Come vi state muovendo?«Siamo tutti in piena attività di lobbying. Lavoriamo con i nostri network europei come Cogeca e Cooperative Europe. Il punto comune è la tutela del fondo di coesione, utilizzato spesso per supportare programmi di welfare e formazione fondamentali per i territori».E riguardo al fondo per la competitività?«Essendo a gestione diretta della Commissione, il tema centrale è la capacità di costruire progetti per accedervi. Stiamo sollecitando lo Stato italiano a prepararsi, perché oggi manca della capacità progettuale e di una programmazione adeguata. Serve il coinvolgimento delle regioni e dei corpi intermedi per non perdere risorse rispetto a Paesi più organizzati. Alcune regioni come l'Emilia-Romagna o la Lombardia hanno le conoscenze ma se tutto passa dal livello ministeriale senza rete con i territori, il rischio è che il sistema delle Pmi rimanga fuori e che siano avvantaggiate le grandi imprese».Il problema chiave del budget europeo 2028-2034 sono ancora una volta le risorse?«Se dichiariamo che servono 800 miliardi l'anno, come enunciato nel rapporto Draghi, ma poi costruiamo un fondo competitività che è pari al 50 per cento di quanto previsto, qualche problema c'è. Va affrontato seriamente il tema del debito comune».Ma l'Italia è lo stato più indebitato d'Europa...«In rapporto al Pil sì, ma siamo in una situazione di emergenza con l'economia ferma in tutta Europa, incluse Germania e Francia. L'Italia è quella più ferma di tutti ma dobbiamo comunque riportare la produzione industriale al 20-25 per cento del PIL».Sulle risorse proprie dell’Unione cosa propone?«Accelerare sul mercato dei capitali per orientare i risparmi europei, che oggi vanno verso altri mercati, e puntare sul mercato unico dell'energia».Il governo italiano sta appoggiando le vostre esigenze?«Noi oggi rappresentiamo la specificità cooperativa, che pur essendo riconosciuta, spesso non ha piena "cittadinanza" nelle politiche europee. Il modello cooperativo pesa per circa il 10 percento del Pil europeo ed è molto diffuso in Francia, Spagna, Germania e Olanda. In Italia, il mondo cooperativo rappresenta circa il 10 del Pil e ha oltre 10 milioni di soci. Legacoop da sola pesa per circa il 4 per cento del Pil con 7,4 milioni di soci e mezzo milione di lavoratori».Quindi il vostro lobbying punta al riconoscimento?«Esatto, una cittadinanza piena. L'economia sociale è stata definita il 14° pilastro dell'economia europea, ma nel piano sulla competitività che cittadinanza ha?»Cosa manca all’Europa attuale?«Il problema fondamentale è la mancanza di cessione di sovranità, indispensabile per i grandi progetti come l'esercito comune. Non a caso la nostra associazione è tra i fondatori del movimento federalista europeo. La nostra posizione è chiara».