Leggo sul New York Times che anche Joe Biden sarebbe in procinto di fare uscire un memoir (se non fossi disgustato dalla miserabile campagna di Donald Trump sull’«autopen», forse avrei aggiunto: «Joe Biden, o chi per lui»). E apprendo anche che l’analoga opera di sua moglie Jill si conclude così: «Come scrisse Dylan Thomas, non ce ne andremo gentilmente in quella buona notte, ma ci ribelleremo, ci ribelleremo alla luce morente» («As Dylan Thomas wrote, we will not go gentle into that good night, but rage, rage against the dying of the light»). A me pare che lo abbiano già fatto abbastanza. Come chiosa Carlos Lozada sul New York Times, «non c’è niente di meglio che citare una poesia sulla sfida di fronte alla vecchiaia e alla mortalità per ricordare alla gente cosa è andato storto con Joseph R. Biden» (io glielo avevo detto subito, però). E allora, mentre osservo sconsolato la foto dei quattro del Campo largo – che sono sempre meglio della sporca dozzina del generale Vannacci, d’accordo, ma non saprei dire se mi trasmettano meno fiducia o meno allegria – mi viene da pensare che forse anche chi a sinistra non li ama, prima di prendersela con loro e con la desolante deriva populista dell’intero sistema, dovrebbe porsi qualche domanda sul tristissimo tramonto dei protagonisti della stagione precedente.
«Against the dying light» | Il triste crepuscolo dei riformisti dice qualcosa del mondo di oggi - Linkiesta.it
Da Biden a Blair, da Schröder a Zapatero, sono pochi i leader della sinistra liberale che abbiano chiuso degnamente la propria carriera , scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette







