Chiamiamola pure “sindrome di John Bolton”. Ricordate l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Donald Trump nel corso del primo mandato presidenziale del tycoon? Quello con i baffoni, anche ambasciatore Usa all’Onu con George W. Bush. In entrambe le circostanze, la stampa italiana lo aveva bollato, essendo repubblicano, con le peggiori etichette: “Falco”, “Neo-con”, “guerrafondaio”, “fautore del regime change a Teheran”, “negazionista delle Nazioni Unite”. Ebbene, ora che Trump è tornato alla Casa Bianca, improvvisamente Bolton è diventato l’oracolo. E questo perché, dopo la rottura con Trump, l’ex ambasciatore ne è diventato un critico feroce. Perfetto per essere intervistato da Repubblica alla vigilia del vertice di Anchorage, in Alaska. Il messaggio fatto veicolare da Bolton è la sintesi di come si concluderà- per i media, non solo italiani - l’incontro di oggi Usa-Russia: un fallimento comunque. A prescindere dall’effettivo esito del faccia a faccia. Il titolo di Repubblica è emblematico: «Parte male (il summit, ndr). Anche la tregua sarà una vittoria russa».
Con queste premesse sarà facilissimo gridare al fallimento. A questo punto è lecito pensare che, a leggere i commentatori che vanno per la maggiore, il presidente americano è destinato a sbagliare in ogni caso. Se negozia, rischia di apparire arrendevole verso Putin (da qui l’idea che il vertice sia sbagliato in sé), se non negozia si prende l’accusa di non fare abbastanza perla pace dopo l’impegno assunto in campagna elettorale. La “sindrome Bolton” è quella che ha colpito, per dire, anche l’ambasciatore Stefano Stefanini, che sulla Stampa tira già le conclusioni: o il summit incoraggia un negoziato destinato a sfavorire Kiev, o la trattativa salta e la guerra continua. In ogni caso, «Trump ha le mani libere per fare business con Vladimir Putin».






