Negli ultimi tempi della Virginia si è parlato soprattutto per le proteste contro i data center. Quello stato, che risente molto della vicinanza a Washington Dc e che storicamente ha fatto da “cerniera” tra il nord e il sud, ospita la più alta concentrazione al mondo di centri di elaborazione dati per l’intelligenza artificiale.
Questi edifici colossali (i data center più grandi possono occupare quanto 32 campi da football) sono diventati un simbolo delle tensioni tra sviluppo economico, consumo di risorse e impatto ambientale, e sempre più spesso sono presi di mira dalle comunità locali (l’abbiamo raccontato in una copertina di Internazionale e in un articolo uscito lo scorso aprile). Ma in queste settimane in Virginia sta succedendo anche qualcos’altro, meno eclatante ma rivelatore di cose che si muovono a livello profondo nella politica americana, soprattutto nel campo conservatore.
A maggio la governatrice democratica Abigail Spanberger ha firmato una legge che vieta la vendita, l’acquisto e la produzione di molte armi semiautomatiche di tipo militare e dei caricatori con più di 15 colpi. Un passo storico, perché è la prima volta che uno stato del sud approva una restrizione di questo tipo. Le più gravi stragi della storia degli Stati Uniti – e anche della storia della Virginia – sono state compiute usando armi d’assalto e caricatori ad alta capacità. Come prevedibile la legge, che entrerà in vigore il 1 luglio, è stata subito contestata dalle associazioni che difendono il possesso di armi, secondo cui sarebbe incostituzionale perché colpisce armi di uso comune.













