La frase «Non sono un modello», pronunciata da Marcelo Bielsa si fissa sotto la sua foto ufficiale. El Loco entra nel Mondiale con lo sguardo a terra, come se non volesse guardare la Fifa negli occhi, evidentemente non gli piace. È la sua dichiarazione di insofferenza e non è certo la prima. Forse questo torneo gigante, pieno di calcio al suo meglio e di contraddizioni tese al massimo, ha bisogno della voce di un uomo che sa dire «stiamo trattando il pallone come la terra, senza rispetto», ma qui l’incrocio tra testo e immagine scricchiola. Le parole non lasciano il segno, non lo trovano: si scollano dal 2026 in cui pure il gioco di El Loco qualche problema lo mostra. Si è visto nel pareggio d’esordio del suo Uruguay con l’Arabia Saudita. La risposta sfuggente che motiva la foto ricordo manca un punto centrale di questo Mondiale già soprannominato della diaspora. Lì in mezzo, tra provenienze, origini, scelte, tradizioni e scambi, essere modelli, significa anche posare per la propria identità, per il Paese che si rappresenta.
L’arrivo della Repubblica Democratica del Congo sembra un défilé da Haute Couture e vale di più. Oggi, in campo con il Portogallo, si ripresentano in un torneo frequentato solo nel 1974 e ancora come Zaire. Significa essere diversi. Essere passati da una storia tragica fatta di colonialismo brutale, dell’illusione dell’indipendenza con il Patrice Lumumba che oggi ritorna come statua vivente in mezzo al tifo. Significa essere usciti dalla dittatura di Mobutu e aver retto tutto quello che è seguito. Essere arrivati così lontano, con un altro nome, con la propria personalità da leopardi. E con l’animalier nel risvolto del doppiopetto e le borse ingombranti: modelli e non per vanità, ma per nazionalità. Ipervisibili dentro alla competizione più enorme, perché non si perda un attimo del loro passaggio.












