Dopo aver finito la guerra in Iran (o almeno esserne convinto anche se la realtà diplomatica sembra più complessa), Donald Trump ha detto al G7 di voler porre fine a quella in Ucraina. Anche se poi, con la solita contraddittorietà che lo distingue, ha detto che l’America “non ha nulla a che fare” con una guerra “che è lontana migliaia di miglia”. La verità è che Trump, per usare una sua formula, non ha le carte. Con la consueta sicumera, ha annunciato di aver parlato sia con Putin che con Zelensky e che ci sono buone possibilità. Aveva detto più o meno la stessa cosa prima di essere rieletto: “Conosco entrambi. Li metto in una stanza e risolveremo il problema”. È passato più di un anno e mezzo e la stanza è ancora vuota. A Zelensky, che aveva proposto di incontrare Putin negli Stati Uniti, ieri il Cremlino ha risposto: "Venga a Mosca”.
Chi invece ha le carte è il presidente russo. E per farlo capire a tutti, soprattutto a Trump, ha salutato il vertice del G7 con uno dei più brutali bombardamenti di Kiev contro obiettivi civili e siti culturali, colpendo anche, proprio lui che si professa credente praticante, uno dei luoghi più sacri dell’ortodossia, la Cattedrale della Domiziana della Madre di Dio. Poi ha dato la colpa a un missile ucraino avariato. La disinformazione è un’antica arte marziale dell’Urss ereditata dalla Russia putiniana, che ha nei servizi segreti il suo Dna.










