Christian Bromberger, parigino classe 1946, ha diretto la cattedra di etnologia all’Università della Provenza per vent’anni, fondato l’Istituto di etnologia mediterranea e comparata e diretto a Teheran l’Istituto francese di ricerca in Iran, il che lo rende uno dei più riconosciuti esperti di cultura persiana a livello mondiale. In più, Bromberger ha inventato l’antropologia del calcio. E lo ha fatto cinquant’anni fa. Il suo classico sull’argomento, La partita di calcio. Etnologia di una passione (1999, Editori riuniti) col Mondiale di Trump in corso, ci offre oggi la sua visione dello sport più influente del globo.
Christian Bromberger
Il calcio è lo sport per eccellenza del capitalismo, metafora di ciò che avviene nelle nostre comunità. Quali sono i parallelismi più visibili?
Il calcio è il frutto della democrazia, incarna i valori delle nostre società. E che cosa serve per avere successo nel nostro mondo? Il talento individuale, che deve essere messo al servizio della collettività. Nel calcio la collettività è la squadra, il giocatore troppo individualista, infatti viene criticato. Allo stesso tempo si valorizza anche il caso, è uno sport in cui si sprecano occasioni imperdibili o si segna involontariamente nella propria porta. Proprio come nella vita, dove da un giorno all’altro, secondo i dogmi del capitalismo, si può diventare un eroe o uno zero. E bisogna anche saper barare con buon senso e beneficiare di una giustizia favorevole. Ma se, attraverso i suoi principi, i suoi eroi e le sue leggende, il pallone celebra le pari opportunità e la solidarietà, il mondo sociale reale, con le sue disuguaglianze e i suoi colpi bassi, riemerge brutalmente sul campo di calcio.Qui, come in La fattoria degli animali di Orwell, alcuni sono più uguali degli altri.







