L’obiettivo non cambia, l’export italiano conta di arrivare ai 700 miliardi in valore entro la fine del 2027.E la spinta che arriva dalle imprese del Sud autorizza l’ottimismo: «L’Italia è il quinto esportatore mondiale e stiamo per raggiungere il quarto posto. Anche il Sud cresce più del Nord: per le esportazioni siamo a circa +11%. Questo significa che ci sono grandi potenzialità», conferma il vicepremier Antonio Tajani, ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, intervenendo a Bari alla conferenza su «Obiettivo Export: imprese e territori del Sud Italia, verso la conferenza nazionale dell’Export 2026» che riguarda tutte le regioni meridionali. Le tensioni internazionali non hanno fiaccato le esportazioni nazionali, insiste Tajani, ricordando o che «il nostro export va a gonfie vele in tutto il mondo. Nel primo quadrimestre di quest’anno l’export è aumentato del 3,2%. Già lo scorso anno avevamo raggiunto la cifra record di 643 miliardi. Ho fissato un obiettivo ambizioso: raggiungere i 700 miliardi di export entro la fine del prossimo anno».
Campania, occupazione su: l’industria torna a crescereIl ruolo del Sud Il Mezzogiorno sarà decisivo, avendo carte importanti da giocare sul piano internazionale (farmaceutico e agroalimentare sono già adesso in grande espansione ma anche aerospazio e manifatturiero hanno margini di crescita, in attesa che la crisi dell’automotive inizi a rallentare). «Il Sud – dice Tajani - è già oggi al centro della strategia nazionale per la crescita, grazie a incentivi fiscali, semplificazioni amministrative e sostegno agli investimenti. La Zes Unica è una riforma di portata storica: un’unica area agevolata per procedure più semplici e veloci per chi investe. L’interesse per l’internazionalizzazione è fortissimo». Eloquenti le cifre aggiornate dal capo del Dipartimento Sud, Giosy Romano, in uno dei panel di Bari: quasi 1.400 autorizzazioni uniche rilasciate, un impatto economico complessivo di circa 55 miliardi, 60mila ricadute occupazionali dirette e indirette. E poi ci sono i numeri che raccontano del sostegno alle operazioni di export targate Sud: «Negli ultimi tre anni, sono state approvate 1.200 operazioni a favore di imprese del nostro Mezzogiorno, per oltre 365 milioni», dice il ministro. E aggiunge: «Anche grazie alla continua innovazione degli strumenti di finanza agevolata, la clientela servita da Simest è in forte aumento: +14% nel 2025 e +17% nel primo trimestre 2026. Tante nuove imprese che prima non esportavano ora, con Simest, avviano investimenti e il numero delle imprese esportatrici continua ad aumentare. Per questo inauguriamo un nuovo Ufficio Simest a Bari». Le prospettive L’export meridionale ha però bisogno di un ulteriore salto di qualità, ricorda il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli: «In Italia ci sono circa 120.000 imprese esportatrici. Di queste, oltre 118.000 sono Pmi, il 98% del totale, che generano circa 280 miliardi di euro di export. Le imprese del Mezzogiorno sono quasi un terzo del totale ma generano meno di un decimo dell’export manifatturiero nazionale. Un gap che in realtà racconta un potenziale ancora compresso che sta cominciando a liberarsi e che potrebbe crescere ancora di più». Come? Tripoli indica una strada: «Il Sud deve essere considerato una piattaforma per la crescita, una piattaforma logistica in particolare per la portualità e l’economia del mare, per l’energia, per il flusso dei dati». I presupposti ci sono tutti: negli ultimi 5 anni il Pil meridionale è cresciuto più della media nazionale (8,6% rispetto a 6,5%), sono aumentati gli investimenti grazie soprattutto a Pnrr e Zes, il turismo è finalmente decollato e «la manifattura (dalla meccanica all’abbigliamento) ha registrato performance superiori al Centro-Nord. C’è quindi un potenziale enorme nelle imprese meridionali ed è per questo che l’internazionalizzazione del Sud è una politica economica nazionale», sottolinea Tripoli. Il Sud riparte dal lavoro: due milioni di occupati con il programma GolIn questo sforzo però, interviene Antonio D’Amato, già presidente di Confindustria e patron di Seda International Packaging Group: «L’Italia deve affrontare i nodi strutturali della competitività europea e della capacità del Mezzogiorno di attrarre investimenti, talenti e funzioni strategiche». Bene ha fatto Tajani, concorda D’Amato, a «riportare al centro dell’azione internazionale del Paese il tema della crescita economica e della competitività. Oggi vediamo finalmente una diplomazia che accompagna l’internazionalizzazione, apre mercati e considera la crescita economica una priorità strategica». E bene l’accordo Mercosur perché è uno strumento importante per la diversificazione geografica del nostro export, «ancora fortemente concentrato sull’Europa, che è anche l’area più esposta ai rischi di deindustrializzazione». L’attenzione torna dunque al Mezzogiorno perché, osserva D’Amato, «è una questione da affrontare senza ambiguità» dal momento che anche da essa «dipende la competitività complessiva del Paese». La Zes è un passo in avanti ma non può bastare: la vera sfida è trattenere «competenze e capitale umano qualificato». E per farlo, dice D’Amato, bisogna rendere «il Mezzogiorno più attrattivo non solo per le imprese ma anche per le persone».












