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Il dibattito sul Ponte sullo Stretto torna a infiammarsi. Questa volta, al centro della scena arriva l’eterno conflitto tra legalità e ritardi cronici. In un video messaggio in occasione degli ottant’anni dell’Ance, il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha acceso i riflettori su quella che definisce una «presunzione di colpevolezza» endemica nel sistema Paese. In pratica, un intreccio perverso tra burocrazia ostinata e giustizia politicizzata. «Così l’Italia non può andare avanti», ha tuonato Salvini, descrivendo un settore delle costruzioni costretto a muoversi sotto la lente di ingrandimento della magistratura ancor prima di posare una pietra. Un clima, a suo dire, che genera paralisi e incertezze, condannando le opere pubbliche a un’esistenza di cantiere lumaca. A sostegno della sua tesi, il Ministro ha evocato le Olimpiadi invernali di Torino 2006, «un vanto per l’Italia nel mondo», offuscato poi da un lungo stillicidio giudiziario.

Sul Ponte sullo Stretto in particolare, per Salvini ci sono «inchieste preventive, perché laddove c’è una grande opera e laddove c’è una piccola opera sicuramente per qualcuno c’è del marcio e allora è meglio bloccare in anticipo». «Stiamoci vicini», ha concluso il vice premier rivolgendosi ai costruttori, «perché per una piccolissima parte del Paese, che però siede spesso nei posti che contano, fare impresa o politica significa già scontare una colpa». Ma se Salvini parla di eccesso di accanimento c’è chi, come il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, mette in guardia dalla vera sfida del Ponte: non il rischio di infiltrazioni mafiose in sé, ma l’impotenza dello Stato nel prevenirle.