«Le piccole viltà esistono ancora, hanno solo cambiato forma»: Margherita Oggero indaga bugie e vigliaccherie, omissioni e sensi di colpa di tre generazioni in una Torino che cambia assieme ai personaggi «non troppo prevedibili. La realtà è fatta di chiaroscuri. In quasi tutti noi convivono una parte luminosa e una parte più buia».Le piccole viltà (Einaudi) - martedì 16 giugno alle 17,30 la presentazione al Museo di Pietro Micca - ha una struttura sperimentale con “notarelle”, curiosità e considerazioni tra dialoghi e trama. Perché questa scelta?«Mi hanno sempre affascinato gli autori che hanno il coraggio di percorrere strade nuove. Io stessa sono partita dai gialli perché mi sembravano un terreno più accessibile e, come la fantascienza, mi piacevano». Fan della letteratura di genere?«Come dico spesso: non hai sempre voglia di mangiar pernice, qualche volta vuoi pane e mortadella. Ma il desiderio di sperimentare non mi ha mai abbandonata. In questo libro mescolo registri diversi: un linguaggio medio, uno più alto e uno quotidiano, persino un po’ scomposto. Mi interessa come le diverse forme della lingua convivono nella vita reale». C’è anche un tentato omicidio. Il crimine è un assist per indagare la zona grigia?«Più che il crimine in sé, mi interessa il pensiero del crimine. Credo che tutti, almeno una volta, abbiamo immaginato che il mondo sarebbe stato migliore senza qualcuno. Naturalmente tra il pensiero e l’azione c’è un abisso. Ma quella zona dell’animo umano esiste e merita di essere raccontata». Le “piccole viltà” sono cambiate nel tempo?«Sì, perché è cambiata la società. Un tempo erano per lo più legate all’adulterio e alle bugie necessarie per nasconderlo. Le donne dicevano di andare dalla modista, gli uomini inventavano altre scuse. Oggi, con una maggiore liberalizzazione dei comportamenti sessuali, quel tipo di menzogna pesa meno». Quali sono, allora, le piccole viltà contemporanee?«Una che mi colpisce particolarmente riguarda il rapporto con il fisco. Spesso evadere viene considerato una furbizia. In realtà, se esistono scuole, ospedali e servizi pubblici, qualcuno deve finanziarli. Se si ha un reddito che consente di vivere dignitosamente, non si dovrebbe barare». Se Torino fosse una persona, quale sarebbe la sua piccola viltà?«L’incapacità di tacere, in nome di una fantomatica verità. Il pettegolezzo contiene quasi sempre una componente di malizia. Può sembrare innocuo, ma spesso alimenta giudizi e distorce l’immagine delle persone». E una piccola virtù?«La capacità di tornare accanto a qualcuno da cui ci si è allontanati. Superare rancori e incomprensioni quando una persona attraversa un momento difficile e ha bisogno di aiuto. È una qualità che attribuisco non solo alla città, ma anche alla sua provincia, dove i rapporti conservano una maggiore continuità». Da ex professoressa cosa pensa della scuola oggi?«L’ho vista cambiata, e non necessariamente in meglio. Quando insegnavo io c’era una maggiore attenzione all’aspetto educativo. Certo, il rischio è sempre quello di idealizzare il passato, ma ho la sensazione che oggi si sia perso qualcosa». Cosa farebbe se potesse tornare a quegli anni?«Avrei voluto insegnare negli istituti professionali. Non me ne fu data l’opportunità, si diceva che un uomo era più adatto, ma tornassi indietro continuerei a chiederlo. Mi sarebbe piaciuto trasmettere il piacere della lettura, del teatro, del cinema, della musica, soprattutto a studenti che forse non avrebbero incontrato facilmente questi mondi». Cosa la sorprende ancora al punto da spingerla a scrivere?«La fragilità della giovinezza. Continuo a scoprirla e a interrogarmi sulle sue cause. È un tema che mi interessa profondamente perché racconta il nostro tempo e il rapporto tra le nuove generazioni e la società che le circonda». Crede davvero siano più fragili o la fragilità è semplicemente sdoganata?«Oggi è riconosciuta e raccontata più apertamente, certo, ma esiste davvero. Mi colpisce il fatto che molti ragazzi vivano gli insuccessi come qualcosa di definitivo. Non è così. Esistono cose che non sappiamo fare e altre in cui possiamo riuscire molto bene. Viviamo in una società che misura tutto in termini di performance. Questo rischia di trasformare ogni esperienza in una gara». Cosa la preoccupa oggi?«La situazione internazionale. Non avrei mai immaginato di vedere il mondo così vicino a conflitti che potrebbero coinvolgerci direttamente. Nemmeno durante gli anni più tesi della Guerra Fredda avrei pensato a uno scenario simile». Se fosse sindaca di Torino, quale sarebbe la sua priorità?«Prendersi maggiormente cura di chi vive in città, prima ancora di preoccuparsi di renderla attrattiva per chi arriva da fuori. Negli ultimi anni si è parlato molto di turismo e di immagine urbana, ma una città deve innanzitutto funzionare per i suoi abitanti. Penso, ad esempio, alle panchine senza schienale installate in via Roma per scoraggiare chi vi si sdraia. È una soluzione semplice a un problema complesso. Sarebbe meglio affrontare le cause del disagio invece di limitarsi a nasconderne gli effetti». Sono i giorni della maturità. Che ricordo ha del suo esame al liceo d’Azeglio?«Fu una prova importante, ma non aveva assunto quella dimensione quasi drammatica che spesso vedo oggi». C’è un professore che ha segnato positivamente il suo percorso?«Corrado Mongardi, di greco, bello e di straordinaria intelligenza. Un bravo insegnante non trasmette soltanto nozioni: accende curiosità che possono durare tutta la vita».
Margherita Oggero: “La piccola viltà di oggi? Non è più l’adulterio ma barare con il fisco”
La scrittrice presenta il suo nuovo romanzo al Museo Pietro Micca: «Vorrei che Torino curasse i suoi abitanti prima di pensare ai turisti»








