Negli Stati Uniti sia i Repubblicani sia i Democratici si stanno dando un gran da fare per modificare le dimensioni e i confini dei collegi elettorali di molti stati, con l’obiettivo esplicito di avvantaggiarsi alle prossime elezioni di metà mandato, il 3 novembre, quando si rinnoveranno tra gli altri tutti i 435 seggi della Camera. È una storia fatta di tante storie diverse, che sui giornali statunitensi viene chiamata “redistricting war” o “map war”: la guerra delle mappe. Ed è anche un nuovo esempio di degenerazione della politica statunitense, dove lo scontro tra i due partiti è diventato così duro da danneggiare sempre di più le istituzioni e la rappresentanza delle persone.

Se alle elezioni per il Senato e alle presidenziali il voto viene espresso e contato su base statale – e le dimensioni dei “collegi”, quindi, coincidono con quelle degli stati – alla Camera la legge prevede che il territorio sia diviso in collegi appositamente disegnati, e che ogni collegio rappresenti e includa circa 700mila persone. A parte un generico principio di contiguità territoriale, ogni stato è piuttosto libero di disegnare come vuole i confini dei propri collegi: e da questa operazione può dipendere il risultato finale, soprattutto quando la situazione è equilibrata e il ridisegno avviene in modo strumentale, allo scopo di avvantaggiarsi.