I giornali cominciano a scaldare i motori in vista delle elezioni di metà mandato di novembre. In settimana l’Economist ha messo online il suo modello per prevedere chi prenderà il controllo dei due rami del congresso. Secondo il settimanale britannico, alla camera dei rappresentanti i repubblicani hanno un vantaggio di pochi seggi e hanno scarsissime possibilità (circa il 5 per cento) di mantenere la maggioranza. Più incerto l’esito al senato: si vota in posti tendenzialmente sfavorevoli ai democratici, ma nonostante questo il partito ha buone possibilità (46 per cento) di conquistare i quattro seggi che gli servirebbero per passare avanti.

Queste previsioni sono in linea con le tendenze storiche, che vedono quasi sempre sconfitto alle elezioni di metà mandato il partito del presidente in carica, soprattutto quando il presidente è particolarmente impopolare come lo è Donald Trump, il cui consenso è stato ulteriormente indebolito dagli errori sull’immigrazione, sulla guerra con l’Iran e dall’inflazione. La differenza principale quest’anno – e una variabile da gestire per chi prova a fare previsioni – è la centralità di fattori che non riguardano tanto i temi “su cui” si vota ma il modo in cui il voto viene tradotto in seggi: in vista delle elezioni le maggioranze di molti parlamenti statali hanno approvato leggi che ridisegnano i distretti elettorali in modo da sfavorire il partito avversario. È il cosiddetto gerrymandering.