I puristi dei due generi si mettano il cuore in pace, perché ormai non c’è più niente da fare: i confini tra cinema e grande serialità non esistono più. La tendenza alla contaminazione di racconti e volti, davanti e dietro alla macchina da presa, era viva da anni, ora però è un fatto. E attraversa in modo definitivo l’universo italiano delle storie per immagini. Lo hanno ribadito i Nastri d’argento Grandi Serie svoltisi il 6 giugno al Teatro San Carlo di Napoli, ospitati dalla Film Commission campana. E i loro vincitori. Tra i protagonisti della sesta edizione dello spin off che il Premio dei giornalisti cinematografici (il più antico del Paese: a fine mese vivrà l’80esima edizione) presieduto da Laura Delli Colli dedica alle serie, quest’anno figurano infatti maestri come Marco Bellocchio e Carlo Verdone, protagonisti di grandi film come Fabrizio Gifuni e dell’ultima stagione cinematografica come Luisa Ranieri, Carolina Crescentini, Lino Guanciale. Registi di cinema di caratura internazionale come Stefano Sollima e Daniele Luchetti o esordienti come Luca Zingaretti e promesse del grande schermo ormai già mantenute come Pietro Castellitto e Romana Maggiora Vergano, Benedetta Porcaroli e Lino Musella, emergenti come Irene Maiorino. E la lista si allunga se si guarda ai vincitori delle edizioni 2024 e 2025: Paolo Genovese, Ferzan Ozpetek, Gabriele Muccino, Margherita Buy e Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi e Luca Marinelli, Jasmine Trinca e Valeria Golino, Michele Riondino, Valerio Mastandrea, Elio Germano e tanti, tanti altri. Mondi un tempo divisi (anche all’estero e negli Usa) da uno steccato e dal pregiudizio («Quello? E’ un attore da serie tv…») e oggi all’insegna delle porte girevoli e dei tappeti rossi su cui sfilare insieme, persino alla Mostra di Venezia.Per capirlo, basta ascoltare Gifuni spiegare perché lui e Bellocchio hanno realizzato - e Hbo Max coprodotto con la Rai Fiction di Maria Pia Ammirati - la bellissima “Portobello”, Nastro dell’Anno dopo il debutto proprio a Venezia 2025: «Andava superata una grave rimozione della nostra storia recente: il caso Tortora. Pensate che a 40 anni da quel clamoroso errore giudiziario, negli spazi in cui la Rai celebra la sua storia in bianco e nero non si incontrano spezzoni di programmi del presentatore, tra i più visti di sempre». E Bellocchio, che ha diretto le sei puntate attese su Raiuno a marzo 2027 e disponibili in Italia e nel mondo sulla nuova piattaforma: «Hо immaginato lo stupore e l’angoscia di Tortora da innocente, la sua vita in pezzi per una vicenda grottesca, eppure reale». Motivi tipici del cinema d’autore. Che ormai si mescola alla serialità confermando quanto avesse visto giusto il Premio Oscar Bernardo Bertolucci quando, ben 13 anni fa, disse: «La nuova frontiera del cinema? Saranno le serie di qualità». Nel frattempo, Bellocchio viaggia già tra le porte girevoli tra i due mezzi espressivi («cambiano i ritmi ma cresce la possibilità di approfondire temi e sfumature», ama spiegare) per dedicarsi al prossimo film: «Sto lavorando a “Falcon”, sulla vita e la carriera di Sergio Marchionne, ex amministratore di Fca. E la sua sfida ai giganti Usa dell’auto». Sta per farlo anche Carlo Verdone, Personaggio dell’anno per l’innovativo e divertente “Vita da Carlo 4” (Paramount+), che a Napoli ha annunciato: «Non mi aspettavo di vivere questo successo. Ma ora torno al cinema. E in sala». E ci pensa pure Luca Zingaretti, dopo aver vinto, da produttore, Il nastro per “La preside”, interpretato dalla moglie (e coproduttrice) Luisa Ranieri (Personaggio dell’anno), coraggiosa e coinvolgente ricostruzione (per Rai) di una vicenda reale dell’Italia contemporanea, quella di Eugenia Liguori, la preside che ha saputo ridare speranza alla cittadina di Caivano, alle porte di Napoli: «Produrre è bello ma voglio tornare alla regia per il cinema», ha detto l’attore: «L’esordio con “La casa degli sguardi” mi ha fatto sentire bene. Scrivo due storie in parallelo. La prima è “minima”, la seconda ha contorni onirici, adatti a questi tempi con poca speranza. Alla fine una prevarrà». E se per Luca Argentero (Miglior attore per “Avvocato Ligas” di Sky) le porte tra i due generi proprio non esistono più («mi aspettano il nuovo film di Ferzan Ozpetek e la quarta stagione di “Doc”»), Corrado Guzzanti, invece, premiato come Non protagonista per l’(esilarante) ruolo del veneziano Pasquali nei “Delitti del BarLume” Sky («è un uomo orribile, vile, gretto, eppure con qualcosa di tenero, divertente da interpretare»), tornerà a varcare altre porte, quelle del teatro: «Sto scrivendo il nuovo spettacolo. Come sempre con calma e perdendo tempo. Ci saranno personaggi della mia storia artistica». E l’andirivieni tra cinema e serie può coinvolgere, in un futuro prossimo, non solo uno dei nostri attori di punta (Pierfrancesco Favino è atteso in “Nemesi” di Sky), ma anche una grande storia, tra i progetti seriali internazionali chiave della scorsa stagione tv: “M – Il figlio del secolo”, tratto – grazie a Freemantle e Sky - dai romanzi di Antonio Scurati, infatti, potrebbe diventare un film dedicato agli incontri tra Mussolini e Hitler che, dal 1938, portarono il regime fascista nell’abisso delle leggi razziali e della guerra accanto alla Germania. E stavolta ad aprirsi sarebbero le porte di migliaia di sale nel mondo.
Verdone, Gifuni, Ranieri, Vergano: grandi firme per nuove grandi serie
Registi e attori, appena premiati, dimostrano che i confini tra i generi sono caduti. Bellocchio: “Cresce la possibilità di approfondire sfumature”







