Folarin Balogun ha segnato due gol, per la nazionale degli Stati Uniti, nella partita d’apertura della coppa del mondo contro il Paraguay. L’ha scelto lui, di giocare per l’America, nonostante le proposte concorrenti della Nigeria dei suoi genitori, e dell’Inghilterra in cui è cresciuto, tra Arsenal e Under-21. Perché è nato a Brooklyn per un incidente del destino: i suoi genitori erano in vacanza a New York, lei era al settimo mese e sarebbe tornata volentieri a casa, ma la compagnia aerea ha rifiutato di imbarcarla. Un caso da manuale, per il decreto firmato da Donald Trump il 20 gennaio 2025 e subito sospeso da una lunga serie di contestazioni giudiziarie: quello in cui verrebbe sospeso lo ius soli per i figli di stranieri non documentati o con visti temporanei. Se fosse stato in vigore nel 2001, Balogun non sarebbe americano. Come non sarebbe stato americano Bruce Lee, d’altra parte.
Ma Balogun non è l’unico caso di storie di vita e nazionalità che vanno oltre le semplificazioni nette dei nazionalismi contemporanei. Il centrocampista svedese Yasin Ayari, per esempio, ha festeggiato con molta discrezione i due gol fatti alla Tunisia, squadra per la quale avrebbe potuto giocare. Degli undici giocatori marocchini che hanno strappato un pareggio al Brasile, non ne è nato in Marocco quasi nessuno – sono tutti anche francesi, spagnoli o olandesi, e giocano nei rispettivi campionati. Anche i giocatori della minuscola Curação sono in maggioranza olandesi, e il portiere del Giappone, biondo e nero, è nato in New Jersey ma si chiama Suzuki. C’è anche un difensore italiano, Alessandro Circati, nato a Fidenza e cresciuto in Australia: gioca nel Parma, ma anche nei Socceroos (e ne è stato perfino capitano). Quanto a Zidane figlio, nato a Aix-en-Provence, ha fatto la scelta opposta a quella del padre, e gioca nella nazionale algerina.










