All’alba del 7 luglio 2023, in una Palermo che soffoca nell’afa esasperata dalla cintura di monti in fiamme, una ragazza di 19 anni è in caserma per sporgere denuncia contro sette coetanei, tra i quali vi è un suo conoscente. Si sono incontrati la sera prima, in una piazzetta della Vucciria. L’hanno costretta ad assumere ingenti quantità di alcol e stupefacenti, racconta. Poi l’hanno afferrata per le braccia e trascinata lungo un affollato asse del centro storico, fin dentro un cantiere abbandonato. Qui, nel buio e nell’isolamento, l’hanno brutalmente violentata, derisa, umiliata e presa a calci e pugni. E l’hanno abbandonata, piegata dal dolore e in stato di shock, sul ciglio della strada. Le immagini delle telecamere pubbliche di sorveglianza, allegate al successivo ordine di arresto, mostrano i ragazzi che sorreggono la giovane barcollante.Le chat su WhatsApp, e una foto recuperata dai loro telefoni, inchiodano i sette, la cui età varia dai 17 ai 22 anni. «Falla ubriacare, poi ci pensiamo noi»: il verbale di denuncia riferisce di un breve dialogo tra i ragazzi e il venditore abusivo di alcolici in piazza Caracciolo. La giovane ricorda di aver cercato di attirare l’attenzione dei passanti durante il tragitto: «Ma nessuno ha compreso quello che stava succedendo». Il racconto dell’orrore continua con quanto accaduto all’interno del cantiere. Finiscono in custodia cautelare in carcere in sette, tra cui un minorenne.So dire esattamente quando e perché questa storia ha iniziato a sfaldarsi dai bordi, rivelando la presenza di un’altra trama sotto quella sceneggiatura perfetta. Una parte di me ha provato a respingerla per mesi, quella vocina. Indagare significava mettere in discussione tutto: le parole dette, le convinzioni costruite, le alleanze, le amicizie.Significava piazzare una granata tra le fondamenta di un gigantesco castello di carte la cui ombra dava respiro un po’ a tutti. Ogni volta che ho tentato di spiegare a colleghi e colleghe che la storia dello stupro di Palermo avrebbe meritato d’essere raccontata nella sua interezza sono stata rimpallata con un secco: «C’è una sentenza».Tornando indietro risponderei «e chi se ne frega», ché il nostro lavoro è proprio quello di prendere delle vicende complesse e restituirle in un racconto accessibile. Invece, per oltre due anni, sono rimasta a osservare, mio malgrado in silenzio, una bolla che si è gonfiata sempre più. Ma nel frattempo ho preso appunti, segnato date, trascritto dichiarazioni, registrato dirette, ottenuto carte e parlato con le persone coinvolte. Il tutto, per quieto vivere, fingendo di accollarmi una verità che verità non era. Docile, sono stata. Col mio capo, con l’avvocata della ragazza, con la ragazza stessa, con i colleghi e le colleghe. In compenso ho fatto andare di traverso aperitivi e cene ad amici e amiche, riversando in quegli spazi di autenticità tutto il mio livore e la mia delusione. Soprattutto nei giorni più fastidiosi: quelli in cui scrivevamo, scrivevo, che «la ragazza di Palermo», era in comunità pur sapendo che non era vero. E non ero la sola. A un certo punto c’erano oltre centomila follower potenzialmente pronti a testimoniare che quanto si trovava scritto sui giornali era falso. Sin dall’inizio abbiamo taciuto le parti della storia che apparivano problematiche. Così come è prassi tacere quei dettagli che raccontano le cose per come stanno, tutte le cose, ed evitare di ragionare troppo: le cronache delle piazze di protesta riportano solo la prospettiva delle forze dell’ordine e così gli stupri sono raccontati nell’omissione. Tanta è la paura di essere accusati di sessismo e vittimizzazione secondaria che si tace su quotidianità banali, prendendo inevitabilmente le parti non della sopravvissuta, ma della sua costruzione simbolica.La vicenda dello stupro di Palermo non si esaurisce nella conversazione della causa femminista, anche se quando la versione di Asia Vitale ha cominciato a traballare, soprattutto grazie ai salti mortali compiuti da lei stessa affinché ciò accadesse, molte compagne hanno sollevato la questione del «male che farà alla causa». La speranza penso fosse quella di fare fronte comune e zittirla, zittirci. Fingere di non vedere. Ma c’è stato un tema di pressione mediatica e sociale e di frasi come «magistrati stupratori» urlate fuori dal Tribunale di Palermo il giorno dell’incidente probatorio con il preciso scopo di inquinare la libertà decisionale e di stampa. C’è un bisogno talmente profondo di vittime perfette, che si distorce la realtà pur di farle aderire al modello. Perfino accusando chiunque dubiti della logicità di certi dettagli di essere inconsapevolmente pilotato dai pregiudizi, vista la sessualità della ragazza. E quindi di sessismo e vittimizzazione secondaria.Ma il problema della credibilità di Asia Vitale non è, né è mai stato, il suo rapporto con il sesso. Solo, è comodo fingere che sia così per ammutolire più rapidamente l’interlocutore. Che in quel cantiere lo stupro ci sia stato o meno non è nemmeno più il fatto centrale. È piuttosto urgente chiedersi quanto l’opinione pubblica incida sugli esisti processuali e sulle narrazioni mediatiche, e viceversa. Ma occorre anche chiedersi se il seme cattivo descritto da William March esista oppure no. Infine, occorre chiedersi se il dovere di un giornalista sia ancora quello di andare nei posti bui, dove nessuno vuole andare, per far emergere storie non sempre piacevoli da ascoltare, però vere.
È una vittima anche quando non è perfetta
Uno stupro di gruppo, la denuncia e una verità aggiustata a misura di media. Eugenia Nicolosi ricostruisce l’intero caso ne “La ragazza di Palermo” di cui pubbl










