«No, non è un ascolto molto “pensoso”, complicato, ho voluto brani che parlassero direttamente al cuore, motivi noti che potessero in maniera immediata colpire tutti gli spettatori, dai più giovani ai meno giovani, e non solo persone abituate a questo genere di musica». Riccardo Muti si prepara all’appuntamento del 18 luglio, a Pompei. All’anfiteatro degli scavi, il maestro terrà un concerto con la sua orchestra giovanile Cherubini eccezionalmente aperta a studenti del conservatorio di San Pietro a Majella, il «suo» conservatorio, l’antica scuola musicale napoletana dove si è formato e diplomato in pianoforte con Vincenzo Vitale.
Suoneranno di Giuseppe Verdi le ouverture dal «Nabucco» e dalla «Forza del destino»; gli intermezzi da «Manon Lescaut» di Giacomo Puccini, da «Cavalleria rusticana» di Pietro Mascagni e da «Pagliacci» di Ruggero Leoncavallo, affiancati dall’ouverture del «Guglielmo Tell» di Gioachino Rossini e da «Contemplazione» di Alfredo Catalani, insieme alla suite dal «Gattopardo» di Nino Rota. Una locandina fatta apposta per un pubblico ampio e diverso, quello di una sera d'estate in una cornice speciale, che accoglierà Muti e i suoi anche a Lucca (Piazza Napoleone, 20 luglio) e Ostuni (Foro Boario, 22 luglio).Jovanotti a Napoli, svelati gli ospiti del concerto all'Ippodromo di Agnano: ci saranno anche Enzo Avitabile e I PatagarriE, sulla scorta del successo dello scorso anno, anche questa volta l’evento-Muti nel parco archeologico è inserito in una rassegna, «Bop – Beats of Pompeii», che schiera divi pop: Cocciante e Pat Metheny, Capossela e Tropico e, fuori cartellone, Nino D'Angelo e «È mio padre - Morricone dirige Morricone». Un contesto cui fa riscontro la diffusione in rete di nuove iniziative del direttore superstar che prevedono dal 26 giugno l’arrivo di una vasta sintesi di esecuzioni dedicate a Verdi e tratte dal catalogo RMMusic sulle principali piattaforme di streaming e download digitale (Apple Music, Spotify e Amazon Music). Muti, il supercoro e Mameli: «L’inno non è per i solisti»Maestro Muti, lei manca dal San Carlo da sei anni, ma nel frattempo è ancora una volta Pompei ad accoglierla. «A Napoli e al San Carlo c'è il mio cuore... Ma naturalmente anche Pompei è la mia terra e fa parte della mia storia personale. Ero un ragazzino, con la mia famiglia vivevo ancora a Molfetta, e nel santuario mariano feci la mia prima comunione. Mia madre era molto devota...». Lei ora affronta la vasta platea dell'anfiteatro. Si parte sempre da Verdi? «È naturale che sia così... La sua è musica eterna. Credo che grazie a Verdi, ma anche a Puccini, Rossini e Mascagni, il pubblico possa assorbire in maniera immediata un messaggio di qualità offerto da un direttore italiano che dirige le più grandi orchestre del mondo e che in questa occasione si presenta con un ensemble di giovani. Hanno dai 18 ai 30 anni, cambiano ogni tre anni salvo rare eccezioni. Anzi, di recente è stata fatta una nuova tornata, quindi abbiamo molte nuove energie di grande qualità, tanti ragazzi e tante ragazze». E ai Cherubini si uniranno i giovani dei conservatori delle regioni interessate al tour. «Abbiamo lanciato un appello. Per Pompei, Lucca e Ostuni sono stati selezionati circa cinquecento studenti che avranno l’opportunità di sedere in orchestra al fianco dei loro colleghi, quasi coetanei, dai quali potranno apprendere suggerimenti e esperienze. Naturalmente non potremo fare una orchestra così grande con centinaia di elementi in più, ma stiamo studiando come inserirli nelle varie parti del programma in modo da dare opportunità a tutti di partecipare». Negli ultimi tempi lei occupa gran parte della sua attività con i giovani, con la Cherubini, con l'Accademia per solisti e direttori... «Ho deciso di trasmettere loro gli insegnamenti dei miei maestri. Solitamente nei conservatori non si ha tempo di insegnare a stare sul palcoscenico, in orchestra, io cerco di farlo partendo da un presupposto fondamentale». Quale? «L'orchestra, ma anche il coro, è lo schema di una società ideale, un piccolo mondo dove ogni singolo dà il proprio contributo senza mai prevaricare l’altro, ma cercando di raggiungere l’armonia insieme con gli altri. Si impara a com-prendere e a con-vivere. E ciò porta anche ad una società migliore senza guerre e conflitti perché idee diverse possono armonizzarsi attraverso il con-fronto. Ovvero la dialettica: tesi, antitesi, sintesi». È un messaggio anche per il pubblico? «Certamente. Noi suoniamo per chi riceve questo messaggio, la nostra è una missione, non un semplice job, come dicono gli americani. Per anni con il “Ravenna festival” abbiamo raggiunto con i nostri “Concerti dell'Amicizia” luoghi lontani e teatro di guerra, da Teheran a Lampedusa, da Sarajevo a Kiev. La speranza è che chi viene ad ascoltarci torni a casa arricchito e che il livello della società possa migliorare. Insomma, la musica offre valori più ampi, non è solo intrattenimento». Lei ha varato un altro progetto singolare rifacendosi a un verso di Sant'Agostino: «Cantare amantis est» - Cantare è proprio di chi ama, una frase ripresa anche dall’agostiniano Papa Leone. A Ravenna, lei ha riunito un coro di circa milleottocento persone. Che effetto fa dirigere una tale moltitudine di voci? «C'è un'intima soddisfazione vedere tutte queste persone che rispondono alla nostra “chiamata alle arti”. Arrivano da tutte le regioni italiane solo per cantare insieme, armonizzarsi, esprimere lo stesso sentimento attraverso le note, non per fare turismo. È il segno che c’è tanto bisogno di cultura, di spiritualità, è il segno che si dovrebbe fare di più per intercettare i giovani, offrire loro la possibilità di conoscere musica altra e non solo pop e rock. Gli italiani hanno un talento naturale, abbiamo la musica e la cultura nel sangue... Credo che questa dei cori sia una delle esperienze più belle della mia vita, vorrei ripeterla il prossimo anno...».






