Caro “Avvenire”, i media, giustamente occupati dalle ciclopiche notizie che sconvolgono il pianeta, hanno prestato poca attenzione a un evento apparentemente modesto, viceversa di grande importanza per la sua carica simbolica e per le conseguenze pratiche che potrebbe avere: Memorial Italia, associazione impegnata nella memoria storica e nella difesa dei diritti umani nello spazio post-sovietico, è stata inserita dalla Federazione russa nell’elenco delle organizzazioni “estremiste o terroriste”. Ciò significa che i suoi membri, tra i quali si annoverano illustri slavisti, storici, giornalisti, operatori umanitari e giovani volontari, potrebbero essere esposti al rischio di arresto e processo non solo se mettessero piede in Russia, ma anche in Paesi che intrattengono accordi di estradizione o cooperazione giudiziaria con Mosca, dal Kazakistan agli Emirati Arabi Uniti, dall’Egitto alla Siria, fino a Thailandia e Indonesia. Memorial Italia è nata nel 2004 sulla scia dell’associazione russa Memorial, sorta alla fine degli anni Ottanta per impulso di Andrej Sacharov e di altri dissidenti, con l’intento di documentare le violazioni dei diritti umani, la repressione del libero pensiero e la persecuzione durante il periodo sovietico. Con l’avvento al potere di Vladimir V. Putin, l’Associazione ha dovuto occuparsi attivamente delle violazioni compiute dal suo governo. Nel 2021 la Corte Suprema russa ne ha ordinato la liquidazione; nel 2022, dopo l’invasione dell’Ucraina, la repressione contro Memorial e contro la società civile indipendente si è ulteriormente aggravata. La decisione su Memorial Italia costituisce ora un monito per gli interessati apologeti di Putin nel nostro Paese, i quali pensano che con il capo del Cremlino, responsabile dell’aggressione all’Ucraina, si possa realmente dialogare senza una piena sottomissione all’unica verità da lui riconosciuta, la sua.Lorenzo FellinPadovaCaro professor Fellin, grazie per la sua lettera appassionata e severa, che illustra anche ai più distratti come la decisione di Mosca renda di fatto impossibile ogni attività di Memorial Italia in Russia e illumina una volta di più il carattere oppressivo del governo di Vladimir Putin. Non smetto di sorprendermi, perciò, che autorevoli esponenti del mondo della politica e della cultura continuino a dargli credito, dirigendo piuttosto il loro biasimo verso il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che resiste all’invasione dell’Ucraina decisa dallo Zar del Cremlino. A questo proposito mi sembra appropriato citare l’icastico e più che mai attuale incipit del volume d’inchiesta “La Russia di Putin”, scritto da Anna Politkovskaja. Eccolo: “Questo libro parla di un argomento che non è molto in voga in Occidente: parla di Putin senza toni ammirati. A scanso di equivoci, spiego subito perché tale ammirazione (di stampo prettamente occidentale e quanto mai relativa in Russia, dato che è sulla nostra pelle che si sta giocando la partita) faccia qui difetto. Il motivo è semplice: diventato presidente, Putin – figlio del più nefasto tra i servizi segreti del Paese – non ha saputo estirpare il tenente colonnello del Kgb che vive in lui, e pertanto insiste nel voler raddrizzare i propri connazionali amanti della libertà. E la soffoca, ogni forma di libertà, come ha sempre fatto nel corso della sua precedente professione”. La brava e coraggiosa giornalista di Novaja Gazeta fu uccisa il 7 ottobre 2006 a Mosca con modalità da omicidio su commissione: venne colpita a morte nell’ascensore del palazzo in cui abitava. La sua figura era particolarmente esposta perché aveva denunciato con fermezza le violenze russe e filorusse in Cecenia, la corruzione dei servizi e l’autoritarismo del sistema putiniano. Proprio per questo, l’interpretazione prevalente, malgrado le controverse risultanze giudiziarie, è sempre stata quella di un assassinio politico, legato ai suoi reportage e alla sua attività di critica del potere. Sul piano giudiziario, la Russia è arrivata a condannare alcuni esecutori e intermediari, ma non ha mai identificato in modo credibile il mandante del delitto. Dopo una prima contestata fase processuale, con assoluzioni poi annullate, nel 2014 furono condannate cinque persone, compreso l’ex poliziotto Sergej Khadzhikurbanov, accusato di aver avuto un ruolo organizzativo. Nel 2023, Khadzhikurbanov, a cui erano stati inflitti vent’anni di carcere, è stato graziato dopo aver accettato di combattere contro Kiev. Non c’è forse molto da aggiungere in questa circostanza, caro professor Fellin. Non significa, ovviamente, che non dobbiamo sperare e attivarci per fare tacere le armi e raggiungere una pace giusta in Ucraina, trattando con lo stesso Vladimir Putin. Ma senza mai dimenticare con chi abbiamo a che fare e non stancandoci di difendere le voci libere che coraggiosamente ancora si levano in Russia.