Volevano assaltare il blindato, ma non agirono con metodo mafioso. Il Tribunale della libertà di Bologna in 21 pagine spiega perché ha torto la difesa dei presunti rapinatori nel sostenere che il progetto non entrò nella fase esecutiva per cui non sussiste il reato di tentata rapina; ha invece ragione nel contestare l’aggravante mafiosa. Il pomeriggio del 18 marzo 2026 una banda composta da almeno 17 persone si preparava a assaltare sull’autostrada A/1 vicino Bologna il blindato della Battistolli con lingotti d’oro per 7 milioni e 400mila euro diretto a Paderno Dugnano, nel Milanese. La Polizia che seguiva i sospettati da giorni sventò l’assalto arrestando in flagranza 14 persone in un podere di Vignola, in provincia di Modena, dove c’era il covo della banda. Altri 3 sospettati furono arrestati il 9 aprile e il 3 giugno su ordinanza del gip di Bologna chieste dalla Dda perchè il nuovo reato di rapina aggravata commessa da un gruppo organizzato introdotto a febbraio nel codice penale è di competenza della direzione distrettuale antimafia; e anche perché viene contestata l’aggravante d’aver agito con metodo mafioso. Il 28 aprile il Tdl di Bologna si pronunciò sul ricorso di 12 indagati contro l’ordinanza del gip emiliano che concordava con la Dda su tipologia di reato e aggravante mafiosa. I difensori nel chiedere la concessione dei domiciliari per 12 indiziati, sostennero l’insussistenza del reato di tentata rapina e dell’aggravante mafiosa; la Dda sollecitava il rigetto delle istanze. Il Riesame felsineo ha ora reso noto le motivazioni del provvedimento con cui confermò che l’accusa di tentata rapina regge, ma non l’aggravante mafiosa.