SPINEA (VENEZIA) - «La sera prima ci eravamo parlate al telefono, lei mi ha salutato dicendomi “mamma, adesso andiamo a cena fuori, ci sentiamo domani mattina”. Il giorno dopo invece mi hanno chiamata dal reparto di Pordenone, mi hanno detto di correre lì, che mia figlia era stata ricoverata, che stava morendo. Quando sono arrivata l’ho trovata stesa sul letto dell’ospedale, ormai se n’era già andata. Quello che era successo l’ho letto sul giornale. E infatti ciò che desidero, adesso, è solamente la verità: come è possibile morire per una negligenza? Di chi è, allora, la responsabilità?». Daniela Ravagnin si pone la stessa domanda dal 1. agosto 2024, il giorno in cui ha perso la figlia Anna Marello, soffocata da un rigurgito che l’ha sorpresa nel sonno. Perché quella notte fatale la 49enne non l’ha trascorsa tra le lenzuola ma sul sedile posteriore di un’automobile, da sola: il marito l’aveva lasciata lì ed era rientrato in casa senza di lei. A distanza di due anni gli interrogativi che tormentano la madre della donna saranno al centro del confronto davanti al giudice di Pordenone: Paolo Busolin, classe 1973, è stato infatti rinviato a giudizio, l’accusa è di omicidio colposo.

Anna Marello, morta in auto a 49 anni soffocata da un rigurgito dopo una serata in famiglia LA TRAGEDIA Marito e moglie, residenti a Spinea, nel Veneziano, in quei giorni erano in vacanza a Polcenigo; avevano raggiunto il Friuli Venezia Giulia per stare un po’ con la figlia e con la nipotina, che abitano proprio nel comune della pedemontana pordenonese. Il 31 luglio la famiglia allargata esce per una cena in ristorante, lei si concede qualche bicchiere e lungo il tragitto di ritorno si addormenta in auto; Busolin aveva deciso di lasciarla dormire, era rientrato in casa da solo e l’aveva lasciata stesa lungo i sedili posteriori.«Mia figlia pesava sì e no 45 chili, portarla fino al letto non era certo un’impresa, tanto più che stavano al pianterreno – insiste la madre della 49enne – Anna poi soffriva di sclerosi multipla e di fibromialgia, l’alcol non era l’ideale, ma a prescindere da questo non sarebbe dovuta essere lasciata da sola». Lo pensa anche il pubblico ministero Federica Urban, che nei giorni immediatamente successivi alla morte ha disposto un’autopsia e che poi, lette le considerazioni del medico legale, chiedendo il rinvio a giudizio per il marito ha specificato come l’uomo non avesse messo in atto alcun accorgimento utile ad impedire crisi asfittiche o altri imprevisti pericolosi, tanto più probabili viste le condizioni cliniche della donna e il trattamento farmacologico che seguiva. Secondo il pm, insomma, l’asfissia non si sarebbe mai verificata se la 49enne non fosse stata lasciata da sola in auto, stesa a pancia in su. LA CHIAMATA AL 118 A scoprire la donna in fin di vita, ancora distesa sui sedili posteriori, era stata la figlia: «Mia nipote era uscita di casa sulle otto, doveva fare delle commissioni, solo al ritorno dal suo giro ha deciso di passare a controllare se la madre si era svegliata, se stava bene – continua Ravagnin –. Ormai però era troppo tardi. E anche questo, per me, resta un dubbio intollerabile: se solo qualcuno si fosse affacciato ai finestrini dell’automobile un’ora prima, forse mia figlia si sarebbe potuta salvare». Marello è stata portata d’urgenza all’ospedale Santa Maria degli Angeli, a Pordenone, ma nonostante gli sforzi dei medici non è stato possibile fare nulla. IN AULA L’udienza che vedrà Busolin al banco degli imputati è stata fissata per il 24 novembre, a Pordenone, come deciso dal giudice per le indagini preliminari friulano, che ha anche acquisito le sei diverse testimonianze, vari certificati medici e gli screenshot delle conversazioni via chat avvenute tra i famigliari, nelle ore che hanno preceduto e seguito la vicenda. Tra le parti offese figurano i due zii, la figlia e la madre di Marello. A sostenere le ragioni delle parti civili l’avvocato veneziano Stefano Tigani. «La costituzione di parte civile è doverosa per onorare la memoria della figlia di Daniela – spiega il legale – Il nostro apporto va sempre nella direzione dell’accertamento della verità».