In via delle Cascine l’età media di chi cammina verso l’ippodromo è direttamente proporzionale alla nostalgia e al prezzo del biglietto. L’assolata domenica fiorentina e, soprattutto, l’evento di punta di questa edizione, richiama all’Arena Visarno l’ultima comunità di pubblico del Firenze Rocks: quella più identitaria, ma anche la più propensa a misurare il contrasto tra la liturgia del concerto più atteso e il format di un festival le cui pecche sono anch’esse sotto la luce del sole. Gli immancabili token di cui da anni si preannuncia l’estinzione, l’acqua da mezzo litro a quattro euro, un rapporto con la stampa non proprio paritario (nessun accredito, né cortesi dinieghi per il nostro giornale). Poi le annose questioni legate alla qualità dell’ascolto, specie per chi non può permettersi il sempre più esoso fazzoletto di terra del PIT: «Dovrebbero abbassare i prezzi e alzare i volumi», dice un ascoltatore. Ma soprattutto, l’ultima sensazione lasciata dall’evento è che il nodo della sicurezza all’uscita sia ancora palesemente irrisolto.

RIAVVOLGENDO il nastro, il concerto dei Cure ha invece soddisfatto tutte le aspettative della comunità accorsa. Per qualcuno è la chiusura di un cerchio, per altri una benefica prima volta: in ogni caso un’esperienza indelebile. Erano giunte recensioni entusiastiche dal Primavera Sound, vi si leggeva di un gruppo in piena forma, di uno spettacolo ininterrotto di quasi tre ore e della voce di Robert Smith miracolosamente integra. Prima della band inglese, vanno ricordati i concerti del pomeriggio: Just Mustard, Twilight Sad e Mogwai. È soprattutto il post-rock della band scozzese a convogliare verso il palco l’attenzione degli ormai quarantamila spettatori, nonostante la tanto criticata gestione dell’impianto audio tenda a smorzare alcuni dei picchi più interessanti e sperimentali di Braithwaite e compagni.