L’accordo tra Stati Uniti e Iran questa volta pare fatto. La firma è attesa in Svizzera per venerdì. Ma parlare di pace sarebbe troppo. Restano da chiarire le condizioni dell’intesa – per Hormuz si pagherà un pedaggio o no? – e soprattutto la volontà delle parti di rispettarla, anche alla luce delle posizioni non proprio concilianti di Israele. In fisica si parlerebbe di «sovrapposizione quantistica»: pace, tregua e conflitto che convivono nello stesso istante. Ai mercati però è bastato l’annuncio, come sempre: listini in rialzo e petrolio in calo (Brent a 82 dollari). La finanza, si sa, corre più della realtà.
PER CAPIRE quanto sia complesso il ritorno alla normalità bisogna tornare indietro. Nella fase più critica del conflitto, il traffico navale nello Stretto di Hormuz è crollato da 129 navi al giorno a 6 (-95%). Ora ne transitano in media tra 15 e 30. Quel collo di bottiglia è essenziale: da lì passava il 35% del greggio via mare, il 20% dei raffinati e il 20% del Gnl globale. Con la guerra, uno snodo prima libero e sicuro si è trasformato in un’arma strategica nelle mani di Teheran. Il capolavoro di Trump e Netanyahu.
LA RIDUZIONE dei flussi ha sottratto circa 10 milioni di barili al giorno. Il Brent è balzato da 72 a 120 dollari in poche settimane, mentre i carburanti sono aumentati oltre il 70% in alcuni Paesi. Il problema è che i prezzi dell’energia salgono rapidamente e scendono lentamente (in economia si dice «effetto razzo e piuma»). Ne avremo perciò ancora per molto.












