Avevano detto: i ragazzi son tornati. Chiamati a votare al referendum sulla giustizia o nelle piazze per Gaza si erano dati appuntamento sul cemento e consumato suole e mani, con gli striscioni fradici di pioggia tra le dita. Adesso ci si chiede: sono riscomparsi? Astenuti in massa in occasione delle ultime elezioni amministrative, con la sola eccezione dell’Umbria. E in mezzo, dopo i cortei del 25 aprile, per difendere il centro sociale Askatasuna di Torino o in protesta verso il summit dei Patrioti europei a Milano, si è teorizzato: è vero, scendono in piazza ma sono frammentati. Divisi in micro cortei con agende diverse. Cellule di pensiero indipendente che considerano la parola “noi” un’estensione non troppo negoziabile della parola “io”. “Ma è questo che intendo con Accendere i fuochi”, ha ricordato lo scrittore ed ex magistrato Gianrico Carofiglio presentando il suo manuale di lotta e gentilezza (Mondadori), “perché non è dalle piazze, ma da un manipolo di ragazzi con in testa un’idea che sono partite le rivoluzioni”.
varie manifestazioni dell’autunno caldo del 2025. La piazza del No Kings Day a Manhattan. foto Adam Gray/The New York Times
E bisogna dire che sono frammentati perché hanno concepito una parola nuova: intersezionalità. Quell’approccio diversamente massimalista che considera ogni singola battaglia di giustizia collegata a tutte le altre: se parli di femminismo parli di diritti salariali. Se parli di migrazione parli anche di giustizia climatica. Se citi le politiche di procreazione stai mettendo a fuoco le nuove forme di colonialismo. E tutto questo non accade sui social, anzi. Perché a fronte di una parola nuova è tornata una parola antica: collettivo. Che può indicare il gruppo decisionale, modulabile nel numero e nei membri, di un centro sociale. Oppure una realtà diversa, una sorta di “comitato liquido” che spesso parte dall’espressione artistica per poi dilagare nell’azione politica.






