In Italia i farmaci equivalenti continuano a occupare una posizione ancora limitata rispetto al resto d’Europa. Mentre nei principali Paesi europei rappresentano oltre il 60% dei volumi dispensati, nella Penisola la quota si ferma intorno al 30%. Un divario che pesa non soltanto sui conti del Servizio sanitario nazionale, ma anche sulle tasche dei cittadini.

“La bassa diffusione degli equivalenti resta una delle principali criticità del mercato farmaceutico italiano”, osserva Riccardo Zagaria, presidente di Egualia, l’associazione che rappresenta i produttori di farmaci equivalenti e biosimilari. “Il farmaco equivalente continua a essere percepito come un prodotto a basso costo, una visione riduttiva che non ne valorizza il contributo alla sostenibilità del sistema sanitario”.

Le differenze territoriali rappresentano una delle manifestazioni più evidenti di questa situazione. Le province autonome di Trento e Bolzano registrano i livelli più elevati di utilizzo dei farmaci equivalenti, mentre in fondo alla classifica si collocano diverse regioni del Mezzogiorno, con la Basilicata che presenta i tassi più bassi. “È una differenza che conferma quanto il tema sia ancora influenzato da fattori culturali e da una conoscenza non sempre adeguata delle opportunità offerte da questi farmaci”, osserva Zagaria. Il risultato è che milioni di cittadini continuano a sostenere costi aggiuntivi che potrebbero essere evitati. “Ogni anno gli italiani spendono circa un miliardo di euro per coprire la differenza di prezzo tra farmaci equivalenti e medicinali di marca. Una maggiore diffusione degli equivalenti consentirebbe di ridurre significativamente questo esborso”, evidenzia Zagaria. “Per questo stiamo lavorando insieme alle istituzioni per promuovere campagne di comunicazione rivolte sia ai pazienti sia agli operatori sanitari”.