Zadie Smith è una delle intellettuali più luminose, argute e capaci della cultura mondiale. Nata a Londra nel 1975 da padre inglese e madre giamaicana, cresce in un caleidoscopio di intelligenze, culture e lingue, in un microcosmo che, con grande originalità e sapienza, sarà in grado di trasfigurare nel centro della propria narrativa. Una scrittura, quella che è venuta fuori, che ha segnato in modo profondo il panorama contemporaneo.

Per chi scrive in questi anni, infatti, c’è un prima e un dopo Zadie Smith. E la linea di confine coincide con l’anno 2000, quando, all’incredibile età di ventiquattro anni, irrompe sulla scena con Denti bianchi (Mondadori). Un debutto folgorante, eccezionale che non fu solo un caso editoriale in tutto il mondo, ma il manifesto, forse non del tutto consapevole, di una nuova sensibilità, di una nuova letteratura; appunto. Il romanzo si riscopriva (ancora una volta, sì) polifonico, ricchissimo e capace di affrancarsi dai vecchi canoni: innervato di una vitalità caotica e irresistibile.

Da quel momento, la sua traiettoria non ha mai smesso di deviare dalle rotte prevedibili confermando, di volta in volta, un talento mutevole e sempre, comunque felice.

Il secondo romanzo di Smith è L’uomo dell’autografo, nato dopo il blocco arrivato con il grande successo del primo: satira feroce, ironica sull’idolatria moderna. A cui è seguito Della bellezza, che le è valso l’Orange Prize e la finale al Booker Prize. E poi ancora: NW, Swing Time e L’impostore (tutti pubblicati in Italia da Mondadori), la prima, magistrale incursione nel romanzo storico.