Da quando la società spaziale di Elon Musk è sbarcata al Nasdaq a valle della quotazione del secolo, le stratup del Dragone si sono messe in testa di provare anche loro a fare il grande salto. Ma il rischio è che l’isteria cinese da Borsa si trasformi in un colossale buco nell’acqua
Voler essere SpaceX, senza esserlo. Da quando venerdì scorso, a Wall street, è andata in scena la più grande quotazione della storia, con la quale la società spaziale di Elon Musk si appresa a raccogliere dal mercato oltre 75 miliardi di dollari, in Cina è scoppiata una specie di isteria da Ipo. E questo perché nel Dragone lo sbarco al Nasdaq di SpaceX è stato percepito come un esempio per le startup dello spazio che popolano l’ex Celeste Impero. Con il risultato che, un po’ a Shanghai, un po’ a Hong Kong, stanno pervenendo domande di quotazione. Eppure, c’è un problema.
Questa frenesia maschera infatti una lacuna fondamentale: le aziende cinesi dello spazio hanno deciso di sbarcare in Borsa, sull’onda emotiva generata da SpaceX, prima di aver generato ricavi significativi e senza la comprovata tecnologia che è alla base, invece, proprio del modello economico di SpaceX. Questo, a detta di molti analisti, potrebbe pregiudicare la buona riuscita delle Ipo. Un esempio? A differenza di SpaceX, che si sta affacciando sul mercato grazie ai suoi razzi riutilizzabili, alla rete a banda larga Starlink e alle ambizioni che spaziano dai collegamenti diretti ai dispositivi alle infrastrutture orbitali per l’Intelligenza Artificiale, le aziende cinesi concorrenti non sono ancora riuscite a lanciare con successo razzi riutilizzabili.













